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Mototurismo in Basilicata: Le Dolomiti Lucane in moto

Otto lunghi ed interminabili mesi sono finalmente passati… non ho più scritto sul blog perchè sono mancate le possibilità, la voglia, la fantasia, la concentrazione per nuovi articoli….insomma è stato un periodo un po’ buio dal punto di vista motociclistico (personale) dovuto a varie ragioni ed eventi che non sto qui a spiegare.

Ma finalmente ho ritrovato le risorse economiche ed ho fatto risistemare al meglio la mia amata Zingara: kit trasmissione nuovo di zecca, tagliando completo, sistemazione di alcuni problemini meccanici e finalmente la moto è pronta a ripartire.

Ho approfittato di quest’ultimo fine luglio per prendere una settimana di vacanza da trascorrere in Campania, dai miei genitori: erano due anni che non ci scendevo in moto!!! Alla faccia!!! D’altronde la scorsa estate l’ho passata interamente a casa, a causa della rottura del malleolo accorso a Clara che, poverina, ha dovuto subire un intervento chirurgico e l’ingessatura per tutto luglio ed agosto.

Non ho pianificato alcun itinerario particolare, poiché mi sarei adeguato giorno dopo giorno in base alla voglia di uscire in moto. E la voglia, c’era. E tanta.

Sfiga vuole che proprio durante la settimana trascorsa dai miei, era previsto il passaggio di una breve ma intensa perturbazione sul sud Italia. Controllo il meteo il giorno prima e noto che c’è un “buco” di calma dal mattino, fino alle 17 del pomeriggio circa: perfetto! Destinazione Dolomiti Lucane!!!

Mi sveglio all’alba, preparo la moto con il minimo necessario, faccio il pieno e dico ai miei genitori di non aspettarmi per pranzo (le alici fresche possono essere fritte anche stasera!).

Imbocco l’autostrada in direzione di Reggio Calabria e poi devio verso Potenza. Il cielo è coperto e l’asfalto umido in più punti mi fa pensare che stanotte ha piovuto in Basilicata. Supero Potenza ed imbocco la Strada Statale in direzione di Metaponto. E’ all’uscita di Calciano che inizia il vero e proprio itinerario in moto lungo le strade del Parco Regionale delle Piccole Dolomiti Lucane.

Calciano, come quasi tutti i paesi in quest’area, è arroccato in cima ad una collina. Sotto di esso sono ben visibili i ruderi dell’antico paese, con alcuni ingressi scavati direttamente nella roccia in tufo. Una stretta strada di penetrazione agricola ma comunque asfaltata, mi conduce fino a Garaguso dove imbocco la SS277 che mi consente di arrampicarmi verso Oliveto Lucano dalla cui vegetazione che ricopre il colle dove sorge il paese, è facile intuire l’origine del suo nome.

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Raggiungo il più vivace centro cittadino di Accettura, molto famosa per la festa del Maggio che si svolge nel periodo di Pentecoste. Dopo aver fatto rifornimento riprendo l’itinerario ed imbocco la stretta ma gradevole Strada Provinciale di Pietrapertosa che mi consente di attraversare la bellissima e verde foresta di Montepiano. Finalmente un po’ di fresco da godere viaggiando piano, molto piano, sotto l’ombra di alberi alti e rigogliosi. Dopo aver scollinato, il panorama di apre improvvisamente su un’ampia vallata circondata da montagne verdi e rocciose.

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Pochi chilometri ancora (questa volta però sotto il sole) ed ecco apparire Pietrapertosa a ridosso delle rocce che costituiscono parte delle Dolomiti Lucane. Bella e caratteristica, anche se quel gruppo di palazzine moderne all’ingresso del paese sono un pugno in un occhio….ma basta avvicinarsi al centro abitato per lasciarsele alle spalle e godersi le piccole case immerse in un contesto paesaggistico davvero unico.

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Mi fermo per scattare qualche foto e noto che molti sono i turisti stranieri in visita, ma pochi quelli italiani…

Il caldo si fa sentire e qualche nuvola nera inizia a vedersi all’orizzonte: le previsioni meteo parlano di precipitazioni temporalesche a partire dalle 16.30-17. E’ ora di pranzo e decido di spostarmi a Campomaggiore. Da Pietrapertosa scendo lungo la statale tra curve e tornanti che si aprono su un panorama bellissimo affacciato alle Dolomiti Lucane, ed ogni volta che volgo lo sguardo vorrei fermarmi per scattare una foto da ogni angolazione. Sono costretto a rinunciare ala visita di Castelmezzano poiché la strada che conduce al paese è accessibile per i soli residenti.

Giungo a Campomaggiore dopo aver affrontato numerosi tornanti in salita, il cui numero riportato in ogni curva non segue correttamente un preciso ordine, e mi fermo a pranzo presso l’ippoturismo “La Fattoria del Conte”, dove consumo un delizioso pranzo.

Dopo mangiato, come da programma, visito i caratteristici ruderi di Campomaggiore Vecchio, situati a pochi chilometri di distanza dall’attuale cittadina.

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Ecco qualche gocciolina di pioggia che inizia a cadere dal cielo. Avrei voluto fermarmi ancora un altro pochino, e visitare più località nelle vicinanze, ma non sono in viaggio….ed è ora di tornare….

Mototurismo in Campania: Sui Monti Picentini, fino al Lago Laceno

Stamattina mi sono svegliato sereno: è il secondo giorno che sono qui dai miei ed ho voglia di relax, sotto tutti i punti di vista…anche motociclistico. Fermo restando che voglio pranzare a casa per stare più tempo possibile con i “vecchi”, decido di uscire in moto rimanendo comunque in zona. Obiettivo: Lago Laceno, dove non sono mai stato.

Abbigliamento motociclistico molto “soft” per contrastare almeno in parte il caldo di questo fine luglio, senza però trascurare la sicurezza.

Arrivo a Giffoni, dove in questi giorni si sta svolgendo l’omonimo Film Festival, ed infatti l’area del paese dedicata all’evento è gremita di gente, soprattutto ragazzi. Imbocco la stretta e tortuosa provinciale che mi consente di inoltrarmi nel Parco Regionale dei Monti Picentini: erano parecchi anni che non percorrevo questa strada ed un suo peggioramento è ben evidente: buche ed avvallamenti, massi di varie dimensioni caduti dal costone roccioso che sovrasta il manto stradale in mezzo alla carreggiata, cespugli selvatici che inglobano l’asfalto in più punti. Sicuramente scenografica ed “avventurosa”, ma anche pericolosa e quindi da percorrere a ritmo tranquillo.

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Il panorama che si gode da qui però, ripaga dell’impegno alla guida. Inizia la discesa e con essa anche i boschi di castagni che mi accompagnano costantemente fino alle pendici del Monte Terminio.

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Da qui inizia la salita quasi sempre immerso nella gradevole e fresca ombra degli alberi. All’arrivo in cima mi attende un esteso prato dove pascolano molti capi di bovini che ho anche incontrato sporadicamente lungo la strada.

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Giungo a Montella. Da qui proseguo per Bagnoli Irpino, inserito nel circuito delle città del tartufo e famosa anche per il Pecorino Bagnolese (Presidio Slow Food) e la Castagna di Montella IGP. Una serie di tornanti in forte pendenza (sfruttati in varie occasioni per gare ciclistiche amatoriali e più volte inseriti nelle tappe del Giro d’Italia) mi conducono fino al Lago Laceno, circondato da montagne e boschi verdi e rigogliosi. Ahimè del lago vero e proprio rimane davvero poco, in quanto il terremoto del 1980 provocò delle crepe al fondale e l’acqua si perse quasi del tutto nel sottosuolo. Ciò nonostante vale la pena arrivare fin qua su per godere del panorama e, perchè no, mangiare in uno dei ristorantini o programmare passeggiate nel bosco.

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Da Bagnoli Irpino imbocco la SP143 in direzione di Acerno: asfalto messo molto, molto male e quindi da percorrere con attenzione. Fortunatamente la successiva SS164 è davvero un parco giochi per le nostre dueruote e prosegue così fino a Montecorvino Rovella.

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Da qui sono pochi ancora i chilometri per casa: sicuramente le pentole sono già sul fuoco…il pranzo preparato da mia madre mi aspetta!!!

Mototurismo in Sardegna: In moto, lungo la Strada della Malvasia di Bosa, ed al rientro appuntamento con i Giganti di Mont’e Prama

Ci svegliamo presto, com’è nostro solito, e consumiamo un’abbondante colazione nella sala dell’Antica Dimora del Gruccione dove abbiamo alloggiato questa notte. L’aria fresca ed i colori ambrati delle foglie cadute dagli alberi, sono segno evidente che l’autunno è ormai arrivato anche in Sardegna.

Caricata la moto lasciamo Santu Lussurgiu e facciamo una breve deviazione verso la piccola frazione di San Leonardo de Siete Fuentes il cui nome deriva dalle fonti che si trovano nel bel parco di querce e lecci, e che conserva anche la piccola chiesa omonima in stile romanico-pisano, risalente al XII secolo. Ha inizio così la seconda giornata di rilassante mototurismo in Sardegna.

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Ci dirigiamo verso Cuglieri, la cui tortuosa strada ci costringe a prestare particolare attenzione al manto di asfalto: essendo poco trafficata è frequente la presenza di muschio verde reso ancora più viscido dall’umidità caduta durante la notte. Procediamo con calma, fermandoci ogni tanto per scattare qualche foto. Clara si gode maggiromente il panorama, mentre io ho gli occhi fissi alla strada per scegliere le traiettorie migliori e più sicure. Imbocchiamo la SP21 che prima ci conduce a Scano Montiferru ed infine a Sennariolo. E’ da Tresnuraghes che invece ha inizio la Strada della Malvasia di Bosa che comprende diversi piccoli comuni tutt’intorno all’omonima cittadina a vocazione turistica. Questa è una zona da prendere seriamente in considerazione per il mototurismo (e non solo!), dove nel giro di pochi chilometri si passa dal mare alla montagna, da centri di interesse storico a quelli gastronomici…

Arriviamo nella particolarissima cittadina di Tinnura, caratterizzata dalla presenza di numerosi murales realizzati da vari artisti locali sulle pareti delle abitazioni  che narrano della vita quotidiana degli abitanti della zona: donne ed uomini in abiti tradizionali, maniscalchi intenti a ferrare i cavalli, allevatori che governano il bestiame, agricoltori a lavoro nei campi, ed infine le rappresentazioni di quelli che sono gli oggetti artigianali del luogo: i decoratissimi cestini intrecciati.

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Ai lati della strada già si evidenziano numerosi i filari che vanno a formare i vigneti della Malvasia estendendosi lungo le pendici delle colline, tutt’intorno a quest’area, colorandola delle varie sfumature di giallo, marrone e verde.

Costeggiamo l’ultimo versante montuoso ed ecco apparire in cima alla collina il Castello dei Malaspina, circondato dalle coloratissime e vivaci abitazioni di Bosa.

Attraversiamo l’antico ponte che sovrasta il fiume Temo (l’unico navigabile in Sardegna) e dopo un caffè contatto Emanuele, il proprietario della Guest House Sa Balza, dove ho prenotato nei giorni precedenti per trascorrere la notte a Bosa. Parcheggiamo la moto, ci sistemiamo con calma e cominciamo il nostro tour lungo le strette viuzze di Bosa. Ci arrampichiamo lungo gli scalini in pietra che senza un preciso ordine ci portano fino al Castello dei Malaspina. La passeggiata lungo le mura in compagnia della guida ci consente di scoprire le origini della struttura medievale ed ammirare lo stupendo panorama del Temo che divide la cittadina in due parti, le antiche concerie, le case coloratissime che si estendono fino a Bosa Marina, la frazione caratterizzata dalla presenza della Torre Aragonese sul mare.

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Finita la visita mangiamo un panino al volo e riprendiamo la moto per recarci a Modolo dove ci attende Carlo Porcu dell’Azienda Vinicola F.lli Porcu. Questa è una delle cinque cantine di produzione della Malvasia, nelle sue diverse varianti. Trascorriamo una piacevole ora in compagnia di Carlo che, oltre a farci assaggiare tre tipi di Malvasia (una in particolare affinata in botti di legno di castagno ed un’altra ancora nei fusti in attesa dell’autorizzazione all’imbottigliamento), ci illustra il mondo che c’è dietro la produzione di questo ottimo e particolare vino D.O.C..

Lasciamo le campagne di Modolo e rientriamo a Bosa per una passeggiata sul Lungo Temo, con l’intenzione di visitare il Museo delle Conce dove però scopriamo che l’orario pomeridiano di apertura è dalle 15 alle 17 e per soli 10 minuti lo troviamo chiuso……

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Questa è la notte di Halloween (festa che non sopporto minimamente…..) e per strada incrociamo gruppi di bambini che corrono mascherati al grido di “dolcetto o scherzetto” da un portone all’altro.

Per far trascorrere un po’ il tempo ci sediamo al tavolo esterno di un bar e con molto relax consumiamo due bicchieri a testa di dolcissima Malvasia fatta in casa. Le luci arancioni illuminano lo scorrere lento delle acque del Temo e le piccole barche ormeggiate su entrambe le sponde del fiume. Ahimè la cena in uno dei ristorante di Bosa non è stata delle migliori…..ed un po’ delusi ritorniamo al B&B per trascorrere la notte…. e che notte! Nonostante la stanza è molto spaziosa e riscaldata grazie alla pompa di calore presente, il frigorifero emette un rumore pazzesco, maggiormente amplificato dalla particolare forma del soffitto a volta che diffonde il suono in tutte le direzioni. Stacco la spina alle 2 di notte e finalmente posso dormire!

La mattina ci svegliamo con molta calma, prepariamo le valigie della moto e consumiamo la colazione al bar vicino la Guest House.

Per raggiungere Cabras decido di percorrere la strada costiera, passando per Bosa Marina, ritornando a Cuglieri e deviare verso Santa Caterina di Pittinuri, dove sostiamo per ammirare la bellissima scogliera di S’Archittu. che in questa giornata ventosa e dal cielo pulito, mostra intensi i suoi colori.

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Arriviamo a Cabras e parcheggiamo la moto proprio di fronte il Museo Civico “Giovanni Marongiu” dove sono esposti i Giganti di Mont’e Prama. C’eravamo promessi di vederli dal vivo prima o poi, e finalmente ci siamo riusciti!

Il museo è piccolo, ma conserva parecchi reperti provenienti dai maggiori siti archeologici della zona, tra i quali anche quello di Tharros e del relitto di una nave da trasporto romana naufragata nei pressi dell’isola di Mal di Ventre.

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La visita è interessante ed esaustiva, sia grazie alla cartellonistica affissa alle pareti, ma soprattutto alla guida presente nella sala dei Giganti che ci ha raccontato del ritrovamento delle bellissime statue e degli attuali lavori di scavo ancora in corso.

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Vedere i Giganti di Mont’e Prama dal vivo ha un fascino incredibile: i colori del tufo, i lineamenti dei visi, i particolari scolpiti e tuttora visibili, limitatamente ad alcune aree nonostante la presunta devastazione iniziale subita mirata a cancellare le tracce della civiltà che aveva creato questi capolavori, e le condizioni di conservazione durante tutti questi secoli, fanno parte di un mix che porta il visitatore a rimanere incantato di fronte a simili opere. Le possenti figure, ognuna delle quali ribattezzata con un proprio nome dagli archeologi, fanno in qualche modo tenerezza. Ovviamente non mancano gli imbecilli che puntualmente tocca le superfici delle statue, spinti da chissà quale istinto di inutile curiosità….

Bella, interessante ed appagante questa esperienza, come in pochi altri musei in Sardegna.

Siamo indecisi se rimanere a pranzo in zona o spararci quest’altra ora di strada ed arrivare a casa per l’ora di pranzo: pensiamo che nei bauletti c’è la bottarga e l’intero casizolu….Giriamoci uno spaghettino veloce a casa, risparmiamo questi soldi per il pranzo mettendoli da parte per un’altra golosa occasione e riposiamoci sulla poltrona, perchè domani si torna a lavoro….

Mototurismo in Sardegna: In moto attraversando la Costa Verde, Cabras ed il Montiferru

Terminata questa torrida (e quasi insopportabile, non solo dal punto di vista meteorologico) estate e soprattutto essendo ormai Clara guarita dalla frattura al malleolo, abbiamo approfittato del lungo fine settimana del 1° novembre per trascorrere qualche giorno in moto, in sella alla nostra Zingara, sulle strade della Sardegna. Era parecchio tempo che adocchiavo l’area centro-occidentale dell’isola, sia per la bellezza dei suoi paesaggi, sia per le particolari specialità enogastronomiche che si possono apprezzare. Abbiamo deciso così di puntare proprio su questa zona per staccare un po’ dalla routine quotidiana e rilassarci qualche giorno lontano da casa.

Partiamo venerdì mattina con molta calma, dopo aver consumato la colazione a casa, imboccando inizialmente la SS131 fino all’altezza di San Gavino Monreale dove decidiamo di goderci le panoramiche e tranquille strade interne. Costeggiando i campi di zafferano, puntiamo verso Montevecchio per poter attraversare i vecchi stabilimenti minerari.

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La tortuosa SP65 ci consente di passare sotto il Monte Arcuentu, circondato dalla vegetazione tipica delle montagne sarde, dove in questo periodo è il coloratissimo corbezzolo a farla da padrone. Alla nostra sinistra si aprono bellissimi scorci panoramici sul mare dal colore azzurro intenso che bagna la selvaggia Costa Verde. Scendiamo di quota fino a raggiungere Torre dei Corsari, con la sua bellissima spiaggia di alte dune dal profondo colore ocra che in questo periodo, essendo completamente deserta, mostra in pieno tutto il suo splendore… la tentazione di portare le ruote dell’Africa Twin sulla sabbia è forte (anche se sono consapevole di non essere capace a guidare in queste condizioni), ma è più forte ancora la consapevolezza di deturpare un paesaggio paradisiaco.

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Pochi chilometri ancora e, attraversato lo stretto ponte in cemento a livello del mare, siamo a Marceddì, il piccolo borgo di pescatori che affaccia sulla piccola insenatura a sud del Golfo di Oristano. Strade diritte ereditate dalle bonifiche dei terreni portate avanti in queste zone in epoca fascista ci portano ad Arborea, fondata con il nome di Villaggio Mussolini prima e successivamente come Mussolinia di Sardegna in onore del Duce. In questa cittadina sono evidenti i particolari edifici risalenti all’epoca fascista (tra cui il Municipio ed alte strutture edificate lungo la via principale e l’adiacente piazza) e gli anziani che ancora parlano il dialetto veneto, ereditato dai primi cittadini emigrati.

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Attraversiamo Oristano e proseguiamo per Cabras, patria della produzione della bottarga di muggine… ovviamente il souvenir gastronomico non poteva mancare nelle nostre valigie! E’ ora di pranzo e decidiamo di fare una sosta prima di riprendere la strada. Ci fermiamo alla Trattoria da Attilio “in paese” per degustare buoni ed abbondanti piatti a base di pesce.

Risaliamo in sella ed il sole sembra giocare a nascondino con le nuvole spinte da un moderato vento proveniente da nord-est. Attraversiamo prima Riola Sardo e poi Narbolia. Ricominciano le curve tortuose, strette e bellissime fino giungere a Seneghe dove i prati verdi sono occupati da bellissimi esemplari di Bue Rosso del Montiferru, una particolare razza di bue sardo-modicana la cui carne è uno dei Presidi Slow Food del territorio. Questo bellissimo animale regala delle carni succose e saporitissime, mentre dal suo latte si produce il raro e prelibato casizolu.

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Altri pochi chilometri di curve e paesaggi bellissimi e giungiamo a Santu Lussurgiu, tappa finale di questa prima, meravigliosa giornata.

 

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Il paese che rientra tra i Borghi Autentici d’Italia è sviluppato lungo un versante montuoso e proprio grazie alla sua posizione, tra le case si creano viuzze, vicoli e stradine strette dove passeggiare e perdersi, scoprendo ogni volta angoli suggestivi e sempre diversi. Abbiamo alloggiato nel bellissimo Albergo Diffuso Antica Dimora del Gruccione. Parcheggiata la moto nel cortile interno della struttura, siamo usciti a piedi passeggiando nel paese. Due erano gli obiettivi (ovviamente gastronomici) principali di questa visita: l’Abbardente ed il Casizolu. La visita alle Distillerie Lussurgesi ci consente di assaggiare vari tipi di acquavite e liquori aromatizzati, oltre ai buonissimi cioccolatini alla crema di mirto o di abbardente. Dietro il bancone dedicato alla rivendita dei prodotti sono in bella mostra gli alambicchi in rame dove vengono distillate le vinacce o il vino.

Rientrati in paese chiediamo alla proprietaria dell’albergo diffuso dove poter acquistare il casizolu: ci accompagna da una sua amica che lo produce in casa e che ci fa entrare nella cantina dove appesi al soffitto c’erano decine e decine di forme di questo prelibatissimo e raro formaggio. Manco a dirlo, una bella forma da 2,6 kg è destinata ad occupare uno spazio nelle nostre valigie in alluminio.

Nel frattempo il sole è prossimo al tramonto e due anziane signore ci sorridono e ci consigliano di ammirare il panorama del paese dalla vicina piazza dove si erge una statua del Cristo. Godiamo dei colori arancione e giallo con i quali si dipingono le pareti delle case e le rocce delle montagne che circondano Santu Lussurgiu.

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Soffia un vento forte e freddo che non ci fa dimenticare di essere in pieno autunno. Gli ultimi passi prima di rientrare in albergo vengono fatti sotto le tenute luci artificiali arancioni dei lampioni lungo le vie che prendono il sopravvento sul crepuscolo.

La squisita e particolare cena a base di prodotti del territorio è l’epilogo di questa meravigliosa e coinvolgente giornata… in attesa che spunti l’alba… altri chilometri ci attendono…

Honda Africa Twin CFR1000L: come l’ho sognata, come la vedo… ovvero la mia opinione

Finalmente, dopo tanto tempo, mesi di attesa, rumors più o meno attendibili, foto spia, prototipo presentato all’EICMA 2014, eccola svelata: la nuova Africa Twin, la CRF1000L, la realizzazione di quelle che erano le richieste dei più appassionati e nostalgici della vecchia Regina dei deserti.

Il primo prototipo mostrato allo scorso EICMA di Milano, aveva lasciato alcuni con la bile che saliva in bocca, altri con lo storcere il naso…. non si capiva quanta elettronica avrebbe montato, il perché di un motore in linea e non a V, ed altri interrogativi che con la pubblicazione dei dati ufficiali e delle considerazioni da parte dei progettisti e dei responsabili Honda, sono stati in parte risolti. Ma le opinioni rimangono comunque divergenti, anche perchè l’abbiamo vista solo esteticamente, in foto, in video e non c’è ancora stata l’occasione di cavalcarla (per quella dobbiamo aspettare novembre….ahimè!). Sta di fatto che è una moto che ha fatto molto parlare di se, e brava è stata la Honda a mettere in pratica un’operazione di marketing davvero accattivante e coinvolgente (tutt’ora continuo a vedere i video sul canale youtube della saga “True Adventure”).

Detto questo, non mi soffermo assolutamente a pubblicare i dati e quant’altro che è possibile leggere sui siti sicuramente più autorevoli e specialistici di questo blog. Il mio intento è quello di esprimere un’opinione personale in merito a questa moto.

L’ho sognata, l’ho immaginata e, devo essere sincero, la desidero. Quando sulla pagina Facebook della Honda avevano posto una domanda del tipo “come volete che sia la nuova Africa Twin?”, sicuramente provocatoria e per coinvolgere il pubblico visto che il suo sviluppo era già molto avanti, avevo risposto “come una RD04….come la mia RD04”. Si, perchè le differenze tra i vecchi modelli RD03, RD04, RD07 ed RD07a, ci sono e si sentono. La RD04 è quella che secondo me (e non solo) ha le caratteristiche ideali sia per divertirsi nell’off-road non prettamente enduristico, sia per affrontare lunghi viaggi. E’ così che sognavo e che desideravo fosse la nuova Africa Twin…. ed è così, almeno per ora, che la Honda l’ha presentata.

Negli ultimi anni siamo stati abituati a queste cross-over che venivano insignite delle scritte “Adventure” o simili, ma che rispondevano quasi sempre ad un mercato “modaiolo” e di pseudo-viaggiatori, molti dei quali spinti più dalle possibilità economiche di salire in sella che non dal vero e genuino piacere del viaggio.

La nuova Africa Twin, finalmente prende le distanze. La linea estetica, ovviamente e giustamente rivista in chiave moderna, è quella delle vecchie AT: snella, alta, la ruota anteriore da 21 pollici….e poi l’elettronica c’è, ma non in tutte le versioni e soprattutto non in maniera esagerata come si vede in altre moto. Giusto l’utilizzo dell’ABS disinseribile che nei viaggi può tornare sempre utile, pollice verso (opinione personale) al cambio elettronico, “ni” al controllo di trazione (anch’esso disinseribile)… ma per i puristi, fortunatamente sarà a disposizione una versione “nuda e cruda”, pertanto sono contento che la Honda abbia valutato anche questo aspetto, in modo da coinvolgere anche chi sentiva maniacalmente la mancanza di una moto “agricola” di più grande cubatura.

1000cc di cilindrata e 95 cv di potenza: molti affermano che per il fuoristrada è troppo. Io la penso diversamente. Sono un motociclista che non fa enduro ma che comunque vuole divertirsi anche nei percorsi off-road non impegnativi e senza esagerare. Non sfrutto i cavalli della mia attuale RD04, figuratevi se potrò mai sfruttare quelli della nuova! Ma non mi interessa, perchè da mototurista e motoviaggiatore, quando parto voglio tornare e soprattutto me la voglio godere. Le vecchie Africa seppur affascinanti ed affidabili, diciamo la verità, avevano bisogno di qualche modifica per essere portate in giro per il mondo…e diciamo pure che in due su una sella e con bagagli al seguito, qualche cavallo in più l’avrebbe apprezzato chiunque, per non parlare poi delle sospensioni e del sistema frenante.

Certo, quando la Honda ha pubblicato l’ultimo video dove si vedevano finalmente un po’ di “numeri”, la bava scendeva copiosa sulla mia maglietta….ovviamente sono cose che se poco poco dovessi provare a farle, chissà dove devono andare a raccogliermi….e mi è sembrata una moto non “pesante” a differenza di come si sono mostrate altre moto, agile, dal sound evocativo….bella!!!

La RD04 mi fa impazzire così com’è, ma anche la nuova mi attizza parecchio….anche se il fascino della vecchia credo sia insostituibile.

Sicuramente la nuova Africa Twin è una moto che ha fatto, fa e farà discutere, con il suo fascino moderno, fuori (ma molto più attinente) dall’attuale stereotipo di “adventure motorbike” e con la pesante eredità che si porta dietro grazie alle “nonne” che ci hanno fatto sognare fin da bambini (per chi come me quell’epoca l’ha vissuta quando era ancora dietro i banchi delle scuole elementari e medie).

Rimango, e rimaniamo, in attesa di vederla dal vivo, toccarla e provarla per vedere sul campo come realmente va, e soprattutto quali sensazioni ci trasmette.

 

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Fonte: Inmoto

 

Mototurismo in Sardegna: Ritorno a Carloforte

Dopo un anno e mezzo ritorno a Carloforte, ma questa volta per un weekend ed in compagnia di mia moglie Clara. Questo è secondo me il periodo migliore per visitare la cittadina e l’intera Isola di San Pietro, che in moto è capace di regalare scorci unici e variegati su un territorio così piccolo da essere coperto in una cinquantina di chilometri totali (escludendo le deviazioni sui tratti in sterrato).

Carloforte è l’unico esempio in Italia di una località che conserva dialetto, cucina ed etnia della regione diversa da quella in cui è situata. Stiamo parlando infatti di un’isola sarda con tradizioni liguri (e qualche influenza tabarkina). Questo perché nel lontano 1738, coloni liguri provenienti da Tabarka, vennero trasferiti su quest’isola, all’epoca disabitata. E da allora, i cittadini di Carloforte ancora conservano  quasi intatte le proprie origini.

Partiamo da casa subito dopo pranzo, prediligendo la più veloce e corta SP2 Pedemontana. Il vento di maestrale oggi è forte e sono costretto più volte a correggere la guida della moto. Non abbiamo problemi per l’orario dei traghetti, poiché le corse sono intervallate a distanza di un’ora (più o meno) l’una dall’altra. Giungiamo a Portovesme e compriamo i biglietti di andata e ritorno. Imbarchiamo la moto e poco dopo il traghetto leva gli ormeggi in direzione di Carloforte.

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Una traversata di 30 minuti circa e giungiamo a destinazione dove, a poche centinaia di metri dall’approdo, nel centro storico della cittadina, troviamo il B&B “A cà du paise” già prenotato nei giorni scorsi. Una doccia e si passeggia a piedi per le strette e pittoresche stradine di questo paese sardo, ma dai forti connotati liguri. Palazzine in stile Liberty si fiancheggiano alternandosi con delicati colori pastello che vanno dal verde al giallo, dal rosso al bianco. Sporadicamente si sente qualcuno parlare con accento sardo: infatti subito colpisce il dialetto genovese che è riuscito a  sopravvivere negli abitanti in tutti questi secoli. Una lastra in marmo all’ingresso dell’Ex-Me ricorda che Carloforte è stato insignito del titolo di Comune Onorario della Provincia di Genova, tanto è forte ed evidente il legame con questa regione così distante dall’isolotto di San Pietro.

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Ovviamente hanno netti connotati liguri anche la cucina ed i prodotti tipici….ed infatti non possiamo non assaggiare la farinata! Alle 18.30, minuto più minuto meno, i carlofortini si precipitano nelle rosticcerie per acquistare questo semplice ma prelibato piatto tipico, e noi non possiamo, e soprattutto non vogliamo, tirarci indietro! Due porzioni, seguite poi dal bis, ci fanno conoscere questa specialità che consiglio vivamente di assaggiare! A dire il vero l’avevamo già mangiata a Lucca (conosciuta però con il nome di Cecìna), e non vedevamo l’ora di degustarla nuovamente!

Nel frattempo il sole pian piano scompare dietro le case, ed il rosso del tramonto crea un’atmosfera fantastica, regalando al lungomare ed ai vicoletti, dei contrasti di luce unici. Un aperitivo e via, verso il ristorante “A Galaia”, provato personalmente un paio di anni prima e già recensito su questo blog. Ci sediamo al tavolo e, visto il periodo dell’anno, scelgo piatti a base di tonno (la pesca è iniziata il primo di maggio, mentre a fine mese ci sarà il famoso Girotonno 2015). Sia per me che per Clara un antipasto misto “tutto tonno“. A seguire una bistecca di tonno per me ed il delizioso Pasticcio carlofortino per Clara.

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L’aperitivo, la bottiglia di Is Argiolas ad accompagnare le pietanze, il moscatino in cui abbiamo inzuppato i biscotti tipici del luogo, i canestrelli, ed un’acquavite si fanno sentire, ma per fortuna la prossima tappa è la camera da letto del B&B!

La sveglia, come al solito, suona presto: doccia, colazione e siamo pronti per portare le ruote dell’Africa Twin sulle brevi strade dell’Isola di San Pietro.

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Girare in moto sull’Isola di San Pietro vuol dire guidare nel massimo relax: paesaggi che cambiano nel giro di pochissimi chilometri, traffico inesistente (tranne nei periodi estivi) e qualche curva che non rende mai noiosa la strada: insomma, un itinerario perfetto per il mototurismo in Sardegna…. lento ed appagante allo stesso tempo.

Prima tappa: Le Colonne. Ahimè, a seguito dell’alluvione che nel 2013 colpì la Sardegna ed in particolare la zona di Olbia, le fortissimi mareggiate abbattutesi in questi luoghi, hanno provocato il crollo di uno dei due speroni rocciosi che costituivano il monumento naturale, ma il fascino che offre la scogliera è comunque irresistibile.

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Si ritorna in sella e percorsa la strada che porta a Capo Sandalo, si incontrano prima le Bocchette, particolari formazioni caratterizzate da fori concentrici nella roccia, e poi si scende verso Cala Fico ed il suo roccioso promontorio, a ridosso del quale sono capovolte piccole barche in disuso o comunque stipate lì per l’inverno in attesa di essere portate in acqua con l’arrivo della bella stagione. Questo promontorio è anche il luogo dove è possibile avvistare il Falco della Regina e dove la Lipu ha istituito un’apposita oasi per l’osservazione.

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Prossima tappa, la vicina Capo Sandalo con il suo scenografico faro ed il promontorio a picco sul mare.

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Torniamo verso Carloforte e costeggiamo le Saline prima di attraversare nuovamente il paese e dirigerci alle antiche Tonnare. Al largo della costa,le boe bianche e rosse indicano la presenza delle reti per la pesca del tonno, caratteristica proprio in questo periodo dell’anno. Passeggiamo sui lastroni di roccia che affacciano al mare: di fronte a noi l’Isola Piana ed ancora oltre la terra di Sardegna. Le onde basse si infrangono sugli scogli ed il vento, oggi poco più forte di una brezza, ci accarezza il viso.

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Ci sono tante, tantissime altre strade (perlopiù sterrate) e sentieri da percorrere a piedi, sicuramente con una vacanza di più giorni, che consentono di scoprire le prospettive più nascoste e meno note di questa meravigliosa isola, ma a dire dei carlofortini stessi, il modo migliore per visitare l’Isola di San Pietro è farlo in barca… e credo che prima o poi faremo anche questa esperienza.

Rimaniamo sempre affascinati da questi posti così particolari e genuini, se vogliamo unici sotto certi aspetti, che ti fanno rendere conto che a volte non c’è bisogno di viaggiare così lontani per rimanere meravigliati. Alle 13.40 il traghetto ci aspetta sulla banchina, e con esso un intero corteo matrimoniale, con tanto di sposi a bordo di una vecchia Fiat 500. Vestiti di tutto punto con cravatte, giacche, tacchi a spillo e le essenze di profumi vari che quasi stonano con l’intenso odore del mare. Clara è al telefono con la sorella, io fumo una sigaretta alla ringhiera del traghetto. Questo breve ma bellissimo weekend è finito. Si torna a casa.

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In Prova: Pneumatici Metzeler Karoo 3


0;8;16;21;28;_storage_sdcard0_DCIM_Camera_IMG_20140403_172651Quando entrarono sul mercato questi pneumatici, ricordo se ne parlò molto come ottimo compromesso per chi ai soliti giri su asfalto voleva combinare anche quelli su sterrati e tratti in off-road.

Prima di esprimere la mia opinione, tengo a precisare che è il primo ed unico set di pneumatici con tassello che utilizzo, quindi non ho termini di paragone e tutto ciò che scriverò in questo articolo, sono impressioni personali che però ho trovato piuttosto condivise quando ho scritto e letto su forum o pagine facebook.

Comprando l’Africa Twin, ho sentito subito l’esigenza di montare pneumatici di questo tipo e la scelta è ricaduta sui Metzeler Karoo 3. Fino ad ora ho utilizzato un anteriore e due posteriori (quest’ultimo sostituito a settembre prima di partire per l’Albania).

Che dire: le mie opinioni sono un po’ contrastanti. Nel senso che in alcuni momenti mi sono piaciute, in altri un po’ meno. Con questi pneumatici ho percorso le strade di Sardegna (ovviamente), Campania, Basilicata, Albania, Bosnia, Montenegro e Croazia, sotto il sole, sotto la pioggia, nel fango, nei guadi, sulle rocce, sulla terra….quella che mi manca ancora è la sabbia.

Il design è indubbiamente accattivante: bello e con simmetrie alternate, dona alla moto quel senso di “aggressività” che non guasta.

Inizio dalla durata: diciamo che sono abbastanza soddisfatto. Essendo un pneumatico comunque semitassellato, mi aspettavo un consumo maggiore del battistrada, ma i circa 10.000 km dell’anteriore ed i 7000 del posteriore (ed ancora ne ho un altro po’ da consumare), sono accettabili. Da tener presente che il mio peso, oltre a quello dei bagagli durante i vari viaggi, influiscono in maniera significativa. Ovviamente il consumo non è regolare su tutta la gomma, poiché nell’area centrale è maggiore.

Per il feeling di guida mi sono piaciute moltissimo su asfalto asciutto, pietre e terra: aggrappano bene senza slittare più di tanto, e specialmente sulle pietre un po’ più grosse e nella terra battuta, trasmettono una buona sensazione di guida. Appena però incontrano pioggia e fango non danno più molta fiducia. Infatti in queste ultime condizioni bisogna stare attenti ad agire sulle leve dei freni (per le moto sprovviste di ABS) ed all’angolo di piega. La sensazione della moto che non è stabile sull’asfalto bagnato si sente subito, mentre nel fango è con l’anteriore soprattutto che si sente la perdita di controllo del mezzo.

Alle bassissime velocità i tasselli dell’anteriore trasmettono le loro scanalature sul manubrio, ma (forse a causa delle vibrazioni e del rumore della mia Africa Twin) non mi sono sembrate particolarmente rumorose.

Per concludere, i Metzeler Karoo 3 sono pneumatici che forse ricomprerei nuovamente, ma prima mi piacerebbe provare altri semitassellati di altre marche per valutarne le differenze ed ulteriori pregi e difetti. Sicuramente sono un buon compromesso per chi utilizza una moto sia in fuoristrada che su asfalto, in grado di percorrere un bel po’ di chilometri, ma ricordando che non sono né prettamente stradali, né tantomeno per l’off-road.

In Prova: Valigie in alluminio e telaietto “Heavy Duties”

E finalmente riesco a scrivere una recensione su queste magnifiche valigie in alluminio Heavy Duties che ho acquistato lo scorso maggio per la mia Africa Twin RD04!

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Dopo un primo viaggetto in Campania, una caduta abbastanza brutta in Basilicata, un viaggio bagnatissimo in Albania e svariate uscite in Sardegna, credo di aver collaudato in maniera approfondita sia le valigie che il telaietto sul quale sono montate.

Comincio col dire che la Heavy Duties è una ditta poco nota, ma che sta prendendo piede un po’ alla volta nel mercato degli accessori moto. Seppur il “catalogo” prodotti è ancora molto limitato, la loro qualità è però eccellente e, cosa che sicuramente non guasta mai, a prezzi accessibili.

Sinceramente all’inizio ero un po’ titubante sull’acquisto delle valigie e del telaietto, ma facendo delle approfondite ricerche sul web, sono riuscito a scoprire che i motociclisti che avevano già acquistato il set (alcuni persino i primi modelli paragonabili nel disegno agli Zega della Touratech), erano rimasti entusiasti e soddisfatti. Decido, contatto la ditta via mail ed ordino le valigie a febbraio. Mi rispondono dicendo che a causa di altri ordini in corso, sia le valigie che il telaietto non sarebbero stati pronti prima del 15 maggio (ricordo che la Heavy Duties è una ditta artigianale). Ed infatti così è stato: il 14 maggio ricevo una mail con la conferma che le mie valigie erano pronte ad essere spedite…e dopo soli 3 giorni, usufruendo del servizio Atlassib, sono arrivate presso l’agenzia di Cagliari.

Da un primo colpo d’occhio, le valigie sono solide, ben costruite, curate nei particolari. Gli accessori che per le altre ditte produttrici sono optional, la Heavy Duties li fornisce di serie, come ad esempio la possibilità di montare o meno la cerniera di sostegno del coperchio, le asole di sostegno per ulteriori bagagli da applicare sul coperchio stesso e, cosa da non sottovalutare, i rifrangenti posteriori.

Il disegno è accattivante e le protezioni in plastica posizionate su tutti gli angoli sono solide e ben fissate al corpo in alluminio.

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Il montaggio del telaietto non è difficile (se ci sono riuscito io con l’aiuto di mia moglie, ci possono riuscire tutti!) e personalmente ho impiegato circa 3 ore per completarlo. Ho avuto qualche difficoltà per quanto riguarda il telaietto destro, poichè avendo montato un terminale Arrow, la distanza tra esso e la fiancatina in plastica è minima e mi sono trovato nelle condizioni di forzare sul terminale provocandone l’ammaccatura sulla quale poggia uno dei due braccetti fissati al telaio dell’Africa Twin. Da quello che ho potuto riscontrare, è che probabilmente le misure per la realizzazione del telaietto, sono state prese considerando la presenza del terminale originale.

Il sistema di fissaggio delle valigie al telaietto è a viti interne, che stringono due “unghie” in plastica rigida le quali non vanno a chiudere completamente la presa al telaietto. All’inizio non capivo il perchè di questa scelta…. ma presto ho avuto una risposta!

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Veniamo quindi alla prova in strada.

Un primo collaudo l’ho fatto in occasione di un fine settimana a Santa Maria Navarrese con mia moglie Clara. L’Africa Twin in velocità di crociera non raggiunge alte velocità, quindi scompensi aerodinamici non se ne notano. Oltretutto, anche il peso non ne risente, ma essendo valigie che non nascono con la moto, e che la moto stessa non è stata originariamente progettata per applicarle, bisogna solo prendere bene le misure nelle manovre strette. E’ vero che in larghezza le valigie fuoriescono leggermente dalla sagoma, ma è questione di pochi millimetri.

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Comodissime (e di serie anche queste!) sono le chiusure a chiave, due per ogni coperchio, che impediscono sia l’apertura che lo smontaggio dalle valigie dal telaietto.

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Potrebbe sembrare assurdo, ma ho collaudato le borse anche durante una caduta (ovviamente non voluta!). Sono scivolato sull’asfalto, in un tratto di strada dove si era accumulato del brecciolino, e dalla caduta ho riportato un pò di danni alla carena dell’Africa Twin, uno stiramento dei legamenti della caviglia e della spalla destra (e per fortuna indossavo l’abbigliamento tecnico….), nonchè varie sbucciature… ebbene, io mi sono “scassato”, le valigie no. Le protezioni in plastica presenti in ogni spigolo di entrambe le valigie, hanno tenuto in maniera egregia e tutto il corpo in alluminio non è stato minimamente coinvolto dalla caduta. Oltretutto ho capito perché il sistema di aggancio delle valigie non si chiude completamente sul tubolare del telaietto: in caso di caduta, la valigia viene “estirpata” dalla sua sede senza che si verifichino ulteriori danni o piegamenti al telaietto.

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Ma il collaudo vero e proprio, l’ho fatto durante il viaggio in Albania dello scorso settembre: pioggia, pioggia ed ancora pioggia, bagagli, attrezzature, borse supplementari. Le valigie hanno tenuto benissimo l’acqua (e credetemi, ho beccato alcuni temporali dove non si vedeva niente!) ed hanno risposto molto positivamente alle vibrazioni dovute sia al bicilindrico dell’Africa Twin che alle pessime condizioni delle strade albanesi.

Come optional ho scelto di aggiungere l’imbottitura interna che evita di sporcare i bagagli di quella fastidiosa patina di alluminio, e le cinghie di trasporto che fungono anche da fissaggio per ulteriori bagagli da applicare ai coperchi delle valigie.

Inoltre ho fissato due piastre base (una per ogni valigia) della Touratech, per poter fissare altri accessori quali una tanica supplementare di benzina da 3 lt ed una borsa impermeabile dove ripongo elastici, pezzette, WD40 e nastro americano.

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Fino ad ora sono due i “difetti” riscontrati:

  1. L’alluminio si è leggermente scurito sulla superficie del coperchio dove era legata la borsa supplementare Touratech che faceva ristagnare un po’ di acqua (ma sinceramente non so come rispondono le valigie in alluminio delle altre case produttrici sottoposte alle stesse condizioni).
  2. avendo utilizzato per comodità le borse interne Touratech con misure quanto più vicine a quelle delle valigie Heavy Duties (e quindi non precisissime), inserendo e sfilando ogni giorno la borsa, la guarnizione del coperchio si  è staccata ed ogni volta dovevo incastrarla nuovamente lungo il bordo della valigia (ma basta un pò di buona colla per risistemare il tutto.

Detto questo, posso concludere che sono entusiasta dell’acquisto effettuato che, indubbiamente, ha un ottimo ed ineguagliabile rapporto qualità/prezzo. I due fratelli proprietari della ditta, sono disponibili per ogni richiesta o dubbio e, nonostante siano rumeni, parlano bene l’italiano.

Spero che nel breve tempo progettino altri accessori con i quali continuare ad equipaggiare la mia Zingara!

Albania in moto 2014: 09-10-11.09 – Ritorno in un luogo a me caro… la fine del viaggio

Il viaggio è ormai quasi finito. Oggi destinazione Medjugorje, in Bosnia Erzegovina. Torno per la seconda volta in un luogo che per me è molto, molto importante e non nego che sono emozionato ed entusiasta. Anche se non sembra, ma i motociclisti non sono “cattivi, sporchi, puzzolenti e non credenti”. Spesso, quando siamo in strada e percorriamo tanti chilometri, lontani dalle nostre case, dalla nostra famiglia, dalla nostra terra, magari in solitaria, un po’ giochiamo con la sorte. “Ma tanto che mi deve succedere” pensiamo sempre prima di uscire, essendo comunque consapevoli che i pericoli e gli inconvenienti in strada non mancano mai. Ed io, sinceramente, oltre ad affidarmi al mio buon senso, all’“aiutino” dall’alto non rinuncio mai… almeno viaggio più sereno nell’animo.

Dopo aver salutato il gentilissimo vecchietto dell’apartment (l’infame del figlio sicuramente sta ancora dormendo… si sarà stancato ieri…), prendo un caffè e mi avvio verso nord-ovest lungo la bellissima costa croata. Il sole ancora basso all’orizzonte rende i colori più intensi: il blu del mare, il giallo, il rosso ed il marrone delle rocce, il verde degli alberi mi fanno compagnia tra queste bellissime curve dall’asfalto praticamente perfetto. Lascio la Croazia ed entro in Bosnia Erzegovina dalla trascurata e squallida dogana di Metkovic. A metà mattina sono già a Medjugorje e decido di trascorrere l’intera giornata qui, in veste di turista religioso. Ascolto la messa nel piazzale retrostante la chiesa, salgo sulla collina delle apparizioni, compro un po’ di souvenirs ed il tempo passa velocemente.

La mattina successiva me la prendo con molta calma. Tanto il traghetto parte alle 20 ed ho tutto il tempo per arrivare… infatti sono già a Spalato alle 11.30, ma sinceramente mi scoccia visitare la città con la tuta da moto e lasciare i bagagli incustoditi nel piazzale del porto. Tra facebook, una birretta, ed il mio ebook reader il tempo passa. Nel tardo pomeriggio cominciano ad arrivare molte 1200GS, qualche 1200RT, Alcune Adventure… tutte con targa teutonica ma senza bagagli. Poco dopo un Fiat Ducato con tanto di carrello, appartenente ad un concessionario/tour operator: le valigie sono li dentro e le moto, in totale, saranno state un 60ina. Bel gruppone, ma troppa, troppa gente.

La traversata è tranquilla, poca gente anche nella sala poltrone e riesco a dormire sul il mio materassino da campeggio. Controllando il meteo per domani, manco a dirlo prevede pioggia su tutta l’Italia centrale. Ed infatti la mattina, giunto al porto di Ancora il cielo è completamente coperto e di lì a poco inizia a piovere anche in modo serio. L’asfalto poco drenante delle statali che attraversano gli Appennini fino a Perugia, creano quell’aerosol che diminuisce la visibilità. Procedo con cautela, soprattutto perché le gomme non hanno aderenza, ed infatti in un paio di occasioni, durante alcune frenate un po’ più decise, ho dovuto giocare di freno motore, pinze anteriori e posteriori per non scivolare e finire per terra. Finalmente il sole, solo dopo aver superato Viterbo, ed è qui che assisto ad un incidente stradale tra un camion ed un’autovettura, fortunatamente senza gravi conseguenze ma solo perché la sorte ha giocato parecchio a favore del vecchio automobilista. Mi fermo per prestare assistenza e nel frattempo sopraggiunge un collega della Guardia di Finanza che aspetterà lui la pattuglia della stradale.

Arrivo a Civitavecchia e non mi resta che attendere la partenza di questo ultimo traghetto che dopo dieci giorni mi riporterà a casa e soprattutto dalla mia amata (e fin troppo paziente!) moglie.

Albania in moto 2014: 07.09 – La costa albanese, ricca di eterogenei paesaggi

Notte da incubo. Fino alle 5 del mattino, dal castello di Gjirokaster proveniva musica tradizionale a tutto volume che si sentiva in tutto il paese. Un continuo di casino senza sosta, fuochi di artificio, grida, balli… insomma, non ho chiuso occhio!

Alle 7.30 preparo le valigie ancora assonnato e scendo per verificare il cavo del contachilometri che infatti risulta rotto. Faccio colazione ed al proprietario dell’albergo chiedo come mai tutto quel casino la notte precedente, e la risposta è subito pronta: si è sposata la figlia di un primo ministro del governo albanese. Ecco il perché di tutte quelle macchine di lusso, del pienone negli alberghi e del casino al castello!

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Oggi la giornata sembra soleggiata, finalmente! All’orizzonte ci sono poche nuvole bianche che non sembrano minacciose. Attraverso Lazarat, dove all’ingresso ed all’uscita del paese ci sono posti di blocco ferrei da parte della polizia. A me lasciano passare tranquillamente, mentre controllano tutte le autovetture. La SH4, praticamente diritta, mi porta fino alla tortuosa e divertente deviazione per raggiungere Syri i Kalter, la famosa sorgente meglio conosciuta come “l’Occhio Blu”.

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E’ ancora presto quando la raggiungo, pertanto non riesco ad apprezzare i colori intensi che sicuramente hanno più impatto quando le acque sono illuminate dalla luce del sole, ma lo spettacolo di questa massa di acqua che proviene dalle profondità della terra e che in superficie sembra ribollire, è davvero unico e suggestivo.

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Superata Mesopotam, mi dirigo verso sud, a pochi chilometri dal confine con la Grecia.  Percorro un’ampia vallata circondata da montagne. La strada è larga e nuova e la presenza dei bunker lungo la strada è ormai diventata un’abitudine per i miei occhi. Da lontano scorgo un branco di cani randagi che appena sentono il rumore della moto si mettono in posizione si agguato e sono costretto a rallentare inizialmente per prevedere le loro mosse, per poi dare gas improvvisamente e spostarmi sull’altra corsia per evitare la loro corsa.

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Per trovare la deviazione per Butrint sono costretto a tornare indietro più volte, anche se di pochi metri, prima di capire che si tratta di una stradina periferica sterrata, che taglia le campagne prima di giungere all’ingresso della laguna. Il passaggio sull’altra sponda è possibile solo a bordo di una piattaforma in legno trainata da catene in acciaio messe in movimento da un motore: niente di eccezionale, ma è pur sempre un’esperienza molto particolare! E’ qui che un motociclista rumeno con la compagna riconosce il marchio Heavy Duties delle valigie in alluminio che monto sull’Africa Twin e mi fa capire che sono un ottimo prodotto: e lo confermo!

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Visito il bel sito archeologico di Butrint, dove sono conservati i resti di una colonia dell’Antica Roma. L’area archeologica si gira in un’ora circa (per chi come me è curioso ma poco ne capisce di archeologia dell’Antica Roma) ed ovviamente non è affollata come altri importanti siti in Italia. Il personale alla biglietteria è gentilissimo e m consentono di depositare nel loro gabbiotto il giubbotto, il casco ed il paraschiena per agevolarmi nella passeggiata.

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Riprendo il viaggio e mi rendo conto che sono al giro di boa. Da ora in poi comincerà la mia risalita verso nord, lungo la costa albanese, prima ionica e poi adriatica. Oggi la giornata è stupenda, soleggiata e calda. Costeggio la suggestiva laguna del Parco naturale di Butrinto ed arrivo a Saranda dove mi accodo ad un corteo matrimoniale, senza possibilità di superare.

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Mi sembra quasi di stare a Napoli: il video-operatore che dal tetto della macchina capofila riprende quella degli sposi, petardi scoppiati e clacson che non finiscono di suonare: che casino!!! Però molto vivace e divertente. Per un po’ lascio la costa e sono in una zona collinare caratterizzata da piantagioni di ulivi. Quando rivedo il mare posso godermi molti scorci sulle spiagge dal mare cristallino. La costa è pianeggiante in alcuni punti ma anche rocciosa in altri, dove si ergono splendide scogliere che formano qua e là deliziose insenature. Non mancano i bunker e nemmeno quelle che hanno tutta l’aria di essere basi militari con hangar costruiti all’interno delle rocce e con sbocco sul mare.

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Dalla cartina la strada sembra veloce, ma in realtà è molto tortuosa ed in più punti sporca di terra e sabbiolina che rendono il manto stradale molto insidioso. Oltretutto le soste sono frequenti per apprezzare meglio il panorama, meraviglioso in molti punti. Lo spettacolo più grande però, mi aspetta di lì a poco: una lunga serpentina di tornanti che salgono lungo la montagna mi indicano la strada che conduce al Passo Llogara, a poco più di 1000 metri di altitudine. Il panorama dall’alto, prima che scompaiano le spiagge, è davvero impressionante, così come lo è la pendenza del versante montuoso visto da questa altezza. Altre curve e mi aspetta la nebbia. In linea d’aria, i chilometri dallo Ionio sono davvero pochi, ma l’ambiente è quello tipico dell’alta montagna ed anche i profumi e la temperatura giocano il loro ruolo nel rendere l’atmosfera molto suggestiva.

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E’ quasi ora di pranzo e la tentazione di fermarmi a mangiare carne arrosto in uno dei tanti ristorantini situati lungo la strada è tanta. Ma non voglio, anche perché ho un appuntamento con Teddy, un ragazzo del posto possessore di Africa Twin, che ho conosciuto nel gruppo di Facebook “Africa Twin 750 Il Mito” e che gli avrebbe fatto piacere incontrarci di persona, semmai fossi passato da Valona. Inizia la discesa e ad Orikum incontro Teddy: davvero una persona piacevolissima!

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L’intenzione è quella di raggiungere Berat e fermarmi lì per la notte. Guardando la cartina, sono in linea con la tabella di marcia. Il 10 ho l’imbarco con il traghetto da Spalato e farò in tempo a visitare Dubrovnik e ritornare a Medjugorjie.

Saluto Teddy e mi dirigo verso Valona. Manco a dirlo, anche qui lo stile di guida degli albanesi è indescrivibile e mi costringe a stare con gli occhi bene aperti. Giunto a Fier seguo le indicazioni per Berat. Guardando sulla cartina e consultando il mio GPS, penso che non dovrei impiegare molto tempo a raggiungere la cosiddetta “Città dai mille occhi”… e penso male: deviazioni, strade in rifacimento, sterrati, voragini, mezzi agricoli, furgon, autobus, riducono di molto la velocità media e, di conseguenza, i tempi di percorrenza.

Appena giungo a Berat, una signora con i capelli rosso fuoco mi chiama per propormi un alloggio e, visto il prezzo di 15€ a notte, accetto molto volentieri. Mi consente di parcheggiare la moto all’interno di un negozio che vende bombole di gas ed elettrodomestici vari. Gli dico che posso anche lasciarla fuori o magari la parcheggio più tardi quando il negozio chiuderà, ma insiste a farmela parcheggiare subito. Mi sistemo per poi visitare quest’altra famosa città albanese. Berat è davvero una bella e particolare città, con il suo quartiere musulmano ed il castello in cima alla collina. Non sapendo quanto quest’ultimo fosse distante dal centro cittadino, mi inerpico per una ripida salita in ciottoli di pietra che sembra non finire mai. Cacchio e che fatica! Sudo da fare schifo, tant’è che arrivato al castello mi devo fermare qualche minuto per riprendermi. Il panorama da quassù è magnifico, ancora più accentuato dai colori del tramonto e dal sorgere della luna piena dietro una delle torri di guardia. Le strette viuzze che attraversano le antiche case in pietra espongono manufatti artigianali creati dalle abili mani delle persone residenti.

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Vorrei visitare i vari quartieri di Berat, ma arrivare fin sul castello mi ha rubato parecchio tempo. Ritorno in paese per bere la “solita” birra di rito come aperitivo ed è già buio. Accendo una sigaretta e riporto un po’ di appunti sul mio taccuino Moleskine, ormai diventato inseparabile compagno di viaggi.

Per cena scelgo il ristorante Mangalemi    , e qui conosco un cameriere che parla molto bene in italiano, ed infatti quando sa che provengo dalla Sardegna mi dice che ha lavorato qualche anno in vari ristoranti dell’isola. Dopo che ho cenato si avvicina e mi chiede: “piaciuto tutto?” ed io “Si, si, tutto ottimo!”… e come ribatte? “Certo, ma meglio u purcellu sardo!”. Mitico!!! Stavo crepando dalle risate!   Una mani raki chiude la cena… Lo devo ammettere: stasera sono un po’ brilletto. Il mezzo litro di vino della casa si fa sentire. Probabilmente è anche la stanchezza delle impegnative tappe di ieri e di oggi, tant’è che anche nei giorni precedenti a cena, un mezzo litro di rosso si prosciugava sempre dalla caraffa!