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Mototurismo in Basilicata: Le Dolomiti Lucane in moto

Otto lunghi ed interminabili mesi sono finalmente passati… non ho più scritto sul blog perchè sono mancate le possibilità, la voglia, la fantasia, la concentrazione per nuovi articoli….insomma è stato un periodo un po’ buio dal punto di vista motociclistico (personale) dovuto a varie ragioni ed eventi che non sto qui a spiegare.

Ma finalmente ho ritrovato le risorse economiche ed ho fatto risistemare al meglio la mia amata Zingara: kit trasmissione nuovo di zecca, tagliando completo, sistemazione di alcuni problemini meccanici e finalmente la moto è pronta a ripartire.

Ho approfittato di quest’ultimo fine luglio per prendere una settimana di vacanza da trascorrere in Campania, dai miei genitori: erano due anni che non ci scendevo in moto!!! Alla faccia!!! D’altronde la scorsa estate l’ho passata interamente a casa, a causa della rottura del malleolo accorso a Clara che, poverina, ha dovuto subire un intervento chirurgico e l’ingessatura per tutto luglio ed agosto.

Non ho pianificato alcun itinerario particolare, poiché mi sarei adeguato giorno dopo giorno in base alla voglia di uscire in moto. E la voglia, c’era. E tanta.

Sfiga vuole che proprio durante la settimana trascorsa dai miei, era previsto il passaggio di una breve ma intensa perturbazione sul sud Italia. Controllo il meteo il giorno prima e noto che c’è un “buco” di calma dal mattino, fino alle 17 del pomeriggio circa: perfetto! Destinazione Dolomiti Lucane!!!

Mi sveglio all’alba, preparo la moto con il minimo necessario, faccio il pieno e dico ai miei genitori di non aspettarmi per pranzo (le alici fresche possono essere fritte anche stasera!).

Imbocco l’autostrada in direzione di Reggio Calabria e poi devio verso Potenza. Il cielo è coperto e l’asfalto umido in più punti mi fa pensare che stanotte ha piovuto in Basilicata. Supero Potenza ed imbocco la Strada Statale in direzione di Metaponto. E’ all’uscita di Calciano che inizia il vero e proprio itinerario in moto lungo le strade del Parco Regionale delle Piccole Dolomiti Lucane.

Calciano, come quasi tutti i paesi in quest’area, è arroccato in cima ad una collina. Sotto di esso sono ben visibili i ruderi dell’antico paese, con alcuni ingressi scavati direttamente nella roccia in tufo. Una stretta strada di penetrazione agricola ma comunque asfaltata, mi conduce fino a Garaguso dove imbocco la SS277 che mi consente di arrampicarmi verso Oliveto Lucano dalla cui vegetazione che ricopre il colle dove sorge il paese, è facile intuire l’origine del suo nome.

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Raggiungo il più vivace centro cittadino di Accettura, molto famosa per la festa del Maggio che si svolge nel periodo di Pentecoste. Dopo aver fatto rifornimento riprendo l’itinerario ed imbocco la stretta ma gradevole Strada Provinciale di Pietrapertosa che mi consente di attraversare la bellissima e verde foresta di Montepiano. Finalmente un po’ di fresco da godere viaggiando piano, molto piano, sotto l’ombra di alberi alti e rigogliosi. Dopo aver scollinato, il panorama di apre improvvisamente su un’ampia vallata circondata da montagne verdi e rocciose.

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Pochi chilometri ancora (questa volta però sotto il sole) ed ecco apparire Pietrapertosa a ridosso delle rocce che costituiscono parte delle Dolomiti Lucane. Bella e caratteristica, anche se quel gruppo di palazzine moderne all’ingresso del paese sono un pugno in un occhio….ma basta avvicinarsi al centro abitato per lasciarsele alle spalle e godersi le piccole case immerse in un contesto paesaggistico davvero unico.

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Mi fermo per scattare qualche foto e noto che molti sono i turisti stranieri in visita, ma pochi quelli italiani…

Il caldo si fa sentire e qualche nuvola nera inizia a vedersi all’orizzonte: le previsioni meteo parlano di precipitazioni temporalesche a partire dalle 16.30-17. E’ ora di pranzo e decido di spostarmi a Campomaggiore. Da Pietrapertosa scendo lungo la statale tra curve e tornanti che si aprono su un panorama bellissimo affacciato alle Dolomiti Lucane, ed ogni volta che volgo lo sguardo vorrei fermarmi per scattare una foto da ogni angolazione. Sono costretto a rinunciare ala visita di Castelmezzano poiché la strada che conduce al paese è accessibile per i soli residenti.

Giungo a Campomaggiore dopo aver affrontato numerosi tornanti in salita, il cui numero riportato in ogni curva non segue correttamente un preciso ordine, e mi fermo a pranzo presso l’ippoturismo “La Fattoria del Conte”, dove consumo un delizioso pranzo.

Dopo mangiato, come da programma, visito i caratteristici ruderi di Campomaggiore Vecchio, situati a pochi chilometri di distanza dall’attuale cittadina.

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Ecco qualche gocciolina di pioggia che inizia a cadere dal cielo. Avrei voluto fermarmi ancora un altro pochino, e visitare più località nelle vicinanze, ma non sono in viaggio….ed è ora di tornare….

Dove Mangiare: Ippoturismo La Fattoria del Conte

Durante l’itinerario in moto lungo le strade delle Dolomiti Lucane, sono arrivato a Campomaggiore all’ora di pranzo e mi sono fermato in questo ristorante per mangiare.

I locali sono arredati in modo molto semplice, quasi casalingo, come casalinga (e molto buona) è anche la cucina. Tra le varie proposte ho scelto le orecchiette con funghi porcini e tartufo nero (tipico di queste zone) saporite ed abbondanti, ma ero combattuto anche sull’altro piatto proposto: orecchiette con peperone crusco e ricotta salata di pecora. Successivamente, anche grazie al consiglio di chi mi ha servito al tavolo, ho preso un antipasto misto della casa, dove ho apprezzato moltissimo le patate con il peperone crusco, mentre gli affettati non sembravano fatti in casa. Per finire una fetta di torta ricotta e pistacchio prodotta da una pasticceria di Salerno, molto buona!

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Il tutto accompagnato da un quartino di vino della casa, per l’abbordabilissima cifra di 16€, caffè compreso….cosa avrei potuto chiedere di meglio???? Personale gentile e molto alla mano, cucina casalinga, prezzi modici. Sicuramente da provare!

Visitato nel mese di luglio 2016

Ippoturismo La Fattoria del Conte
C.da S.Antonio, Campomaggiore
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GPS: Come creare e leggere un RoadBook per il mototurismo – Parte I

Quando si parla di RoadBook, il pensiero di molti noi motociclisti corre principalmente al più famoso dei rally: la Dakar. Ma non solo. Negli ultimi tempi molti eventi motociclistici sia su terra che su asfalto, tendono ad emulare le incredibili capacità di navigazione dei piloti rally con l’utilizzo dei RoadBook, stilati logicamente in maniera più semplice e di immediata comprensione anche a chi un RoadBook non lo ha mai visto prima. Riassumendo, possiamo dire che un RoadBook si divide in 3 aree principali: la prima è quella che indica il chilometraggio parziale e totale; la seconda è quella che indica la rotta da seguire con le indicazioni grafiche dei punti di riferimento, deviazioni, ecc.; la terza è dedicata alle note.

Sembra esagerato utilizzare un RoadBook per il mototurismo? Secondo me no, e vi spiego il perché. Se partiamo dal presupposto che il RoadBook è un qualcosa di “tecnico” e specialistico, già stiamo sbagliando. Non bisogna pensare che un roadbook necessita per forza di un costosissimo porta-roadbook ad avanzamento elettronico, dei rotolini di carta e quant’altro. Esso può essere costituito semplicemente da un foglio di carta A4 inserito nella tasca trasparente della borsa serbatoio, con le indicazioni scritte a penna.

Il più semplice dei RoadBook infatti, può essere quello che riporta brevi appunti su un foglio di carta. Anche solo le località da attraversare durante un itinerario in ordine di marcia.

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Se il nostro viaggio in moto o la semplice uscita domenicale è fatta di più tappe e con più deviazioni, e l’idea di “navigare” su strada ci piace, allora saper preparare e saper leggere un RoadBook potrà essere di nostro aiuto. Per il mototurismo spesso l’uscita si prepara qualche giorno prima, magari con l’intenzione di visitare un’attrazione particolare mai vista in precedenza, percorrere una nuova strada deviando da quella già conosciuta… spesso ricordare tutto non è sempre così semplice, specialmente su strade ed in località non ancora visitate e dove le deviazioni e i luoghi da visitare sono in numero consistente. Ecco quindi che l’utilizzo di appunti o del roadbook può tornarci utile.

Partiamo dall’operazione più semplice: interpretare e leggere un roadbook.

Per le finalità mototuristiche, saranno pochi i simboli da ricordare ed imparare, e con l’utilizzo frequente di roadbook, impareremo comunque prima o poi a ricordarli tutti. Molti già sono intuibili, altri facili da ricordare e seppure cambiano da una manifestazione all’altra, sono pressappoco gli stessi o comunque simili.

Come già detto all’inizio, un RoadBook è composto principalmente da tre colonne ed ogni riga del roadbook rappresenta un waypoint (per chi non sapesse il suo significato, vi consiglio di leggere questo articolo).

Nella prima colonna è riportato il chilometraggio parziale e quello totale (più raramente anche i chilometri all’arrivo). Nella seconda colonna sono riportate le indicazioni grafiche che devono essere di facile, intuitiva e veloce comprensione. La terza colonna è dedicata alle note. Qui sotto è riportato un esempio molto semplice  di un roadbook

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Veniamo dunque alla prima colonna che possiamo anche non considerare se il roadbook ce lo costruiamo per noi e poco ci interessa del chilometraggio. Saperlo però interpretare può tornarci utile se, al contrario, un roadbook ci viene consegnato in caso di manifestazioni turistiche o se lo troviamo sui siti web.

Per poter seguire il chilometraggio, bisogna innanzitutto azzerare il contachilometri parziale della moto alla nostra partenza o, eventualmente, nel punto in cui viene riportato sul roadbook stesso (ma questa seconda operazione sarà molto improbabile). I numeri più grandi riportano i chilometri totali dalla partenza. Essi possono essere accompagnati dai chilometri parziali dall’ultimo waypoint (quindi facendo la somma dei chilometri totali della casella precedente con i chilometri parziali della casella che stiamo leggendo, MototurismoMototuriavremo esattamente i chilometri totali che stiamo percorrendo).

La seconda colonna è invece occupata dalle indicazioni grafiche che rappresentano il waypoint con la direzione di quello successivo. E’ in questa casella che potremo trovare i simboli di cui vi parlavo prima: essi possono essere la rappresentazione di una chiesa, un boschetto, un’area picnic, un passaggio a livello, un ponte e qualunque altra struttura/particolarità che possiamo identificare in strada. Ricordiamo principalmente che la strada che stiamo percorrendo è rappresentata con una linea di più spessore, mentre la direzione da seguire è indicata dalla freccia.

La terza colonna infine, riporta le note che possono essere di vario genere: dalle coordinate GPS del waypoint (che a noi poco interessano) alla descrizione dello stesso o di punti di interesse e particolarità che possano aiutarci ad identificarlo.

Ovviamente per il mototurismo non dobbiamo complicarci la vita, pertanto se siamo noi a costruire il roadbook, lo faremo in maniera semplice e facilmente interpretabile.

Ma come creare un roadbook, lo vedremo nella seconda parte dell’articolo.

Mototurismo in Sardegna: In moto, lungo la Strada della Malvasia di Bosa, ed al rientro appuntamento con i Giganti di Mont’e Prama

Ci svegliamo presto, com’è nostro solito, e consumiamo un’abbondante colazione nella sala dell’Antica Dimora del Gruccione dove abbiamo alloggiato questa notte. L’aria fresca ed i colori ambrati delle foglie cadute dagli alberi, sono segno evidente che l’autunno è ormai arrivato anche in Sardegna.

Caricata la moto lasciamo Santu Lussurgiu e facciamo una breve deviazione verso la piccola frazione di San Leonardo de Siete Fuentes il cui nome deriva dalle fonti che si trovano nel bel parco di querce e lecci, e che conserva anche la piccola chiesa omonima in stile romanico-pisano, risalente al XII secolo. Ha inizio così la seconda giornata di rilassante mototurismo in Sardegna.

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Ci dirigiamo verso Cuglieri, la cui tortuosa strada ci costringe a prestare particolare attenzione al manto di asfalto: essendo poco trafficata è frequente la presenza di muschio verde reso ancora più viscido dall’umidità caduta durante la notte. Procediamo con calma, fermandoci ogni tanto per scattare qualche foto. Clara si gode maggiromente il panorama, mentre io ho gli occhi fissi alla strada per scegliere le traiettorie migliori e più sicure. Imbocchiamo la SP21 che prima ci conduce a Scano Montiferru ed infine a Sennariolo. E’ da Tresnuraghes che invece ha inizio la Strada della Malvasia di Bosa che comprende diversi piccoli comuni tutt’intorno all’omonima cittadina a vocazione turistica. Questa è una zona da prendere seriamente in considerazione per il mototurismo (e non solo!), dove nel giro di pochi chilometri si passa dal mare alla montagna, da centri di interesse storico a quelli gastronomici…

Arriviamo nella particolarissima cittadina di Tinnura, caratterizzata dalla presenza di numerosi murales realizzati da vari artisti locali sulle pareti delle abitazioni  che narrano della vita quotidiana degli abitanti della zona: donne ed uomini in abiti tradizionali, maniscalchi intenti a ferrare i cavalli, allevatori che governano il bestiame, agricoltori a lavoro nei campi, ed infine le rappresentazioni di quelli che sono gli oggetti artigianali del luogo: i decoratissimi cestini intrecciati.

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Ai lati della strada già si evidenziano numerosi i filari che vanno a formare i vigneti della Malvasia estendendosi lungo le pendici delle colline, tutt’intorno a quest’area, colorandola delle varie sfumature di giallo, marrone e verde.

Costeggiamo l’ultimo versante montuoso ed ecco apparire in cima alla collina il Castello dei Malaspina, circondato dalle coloratissime e vivaci abitazioni di Bosa.

Attraversiamo l’antico ponte che sovrasta il fiume Temo (l’unico navigabile in Sardegna) e dopo un caffè contatto Emanuele, il proprietario della Guest House Sa Balza, dove ho prenotato nei giorni precedenti per trascorrere la notte a Bosa. Parcheggiamo la moto, ci sistemiamo con calma e cominciamo il nostro tour lungo le strette viuzze di Bosa. Ci arrampichiamo lungo gli scalini in pietra che senza un preciso ordine ci portano fino al Castello dei Malaspina. La passeggiata lungo le mura in compagnia della guida ci consente di scoprire le origini della struttura medievale ed ammirare lo stupendo panorama del Temo che divide la cittadina in due parti, le antiche concerie, le case coloratissime che si estendono fino a Bosa Marina, la frazione caratterizzata dalla presenza della Torre Aragonese sul mare.

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Finita la visita mangiamo un panino al volo e riprendiamo la moto per recarci a Modolo dove ci attende Carlo Porcu dell’Azienda Vinicola F.lli Porcu. Questa è una delle cinque cantine di produzione della Malvasia, nelle sue diverse varianti. Trascorriamo una piacevole ora in compagnia di Carlo che, oltre a farci assaggiare tre tipi di Malvasia (una in particolare affinata in botti di legno di castagno ed un’altra ancora nei fusti in attesa dell’autorizzazione all’imbottigliamento), ci illustra il mondo che c’è dietro la produzione di questo ottimo e particolare vino D.O.C..

Lasciamo le campagne di Modolo e rientriamo a Bosa per una passeggiata sul Lungo Temo, con l’intenzione di visitare il Museo delle Conce dove però scopriamo che l’orario pomeridiano di apertura è dalle 15 alle 17 e per soli 10 minuti lo troviamo chiuso……

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Questa è la notte di Halloween (festa che non sopporto minimamente…..) e per strada incrociamo gruppi di bambini che corrono mascherati al grido di “dolcetto o scherzetto” da un portone all’altro.

Per far trascorrere un po’ il tempo ci sediamo al tavolo esterno di un bar e con molto relax consumiamo due bicchieri a testa di dolcissima Malvasia fatta in casa. Le luci arancioni illuminano lo scorrere lento delle acque del Temo e le piccole barche ormeggiate su entrambe le sponde del fiume. Ahimè la cena in uno dei ristorante di Bosa non è stata delle migliori…..ed un po’ delusi ritorniamo al B&B per trascorrere la notte…. e che notte! Nonostante la stanza è molto spaziosa e riscaldata grazie alla pompa di calore presente, il frigorifero emette un rumore pazzesco, maggiormente amplificato dalla particolare forma del soffitto a volta che diffonde il suono in tutte le direzioni. Stacco la spina alle 2 di notte e finalmente posso dormire!

La mattina ci svegliamo con molta calma, prepariamo le valigie della moto e consumiamo la colazione al bar vicino la Guest House.

Per raggiungere Cabras decido di percorrere la strada costiera, passando per Bosa Marina, ritornando a Cuglieri e deviare verso Santa Caterina di Pittinuri, dove sostiamo per ammirare la bellissima scogliera di S’Archittu. che in questa giornata ventosa e dal cielo pulito, mostra intensi i suoi colori.

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Arriviamo a Cabras e parcheggiamo la moto proprio di fronte il Museo Civico “Giovanni Marongiu” dove sono esposti i Giganti di Mont’e Prama. C’eravamo promessi di vederli dal vivo prima o poi, e finalmente ci siamo riusciti!

Il museo è piccolo, ma conserva parecchi reperti provenienti dai maggiori siti archeologici della zona, tra i quali anche quello di Tharros e del relitto di una nave da trasporto romana naufragata nei pressi dell’isola di Mal di Ventre.

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La visita è interessante ed esaustiva, sia grazie alla cartellonistica affissa alle pareti, ma soprattutto alla guida presente nella sala dei Giganti che ci ha raccontato del ritrovamento delle bellissime statue e degli attuali lavori di scavo ancora in corso.

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Vedere i Giganti di Mont’e Prama dal vivo ha un fascino incredibile: i colori del tufo, i lineamenti dei visi, i particolari scolpiti e tuttora visibili, limitatamente ad alcune aree nonostante la presunta devastazione iniziale subita mirata a cancellare le tracce della civiltà che aveva creato questi capolavori, e le condizioni di conservazione durante tutti questi secoli, fanno parte di un mix che porta il visitatore a rimanere incantato di fronte a simili opere. Le possenti figure, ognuna delle quali ribattezzata con un proprio nome dagli archeologi, fanno in qualche modo tenerezza. Ovviamente non mancano gli imbecilli che puntualmente tocca le superfici delle statue, spinti da chissà quale istinto di inutile curiosità….

Bella, interessante ed appagante questa esperienza, come in pochi altri musei in Sardegna.

Siamo indecisi se rimanere a pranzo in zona o spararci quest’altra ora di strada ed arrivare a casa per l’ora di pranzo: pensiamo che nei bauletti c’è la bottarga e l’intero casizolu….Giriamoci uno spaghettino veloce a casa, risparmiamo questi soldi per il pranzo mettendoli da parte per un’altra golosa occasione e riposiamoci sulla poltrona, perchè domani si torna a lavoro….

Mototurismo in Sardegna: In moto attraversando la Costa Verde, Cabras ed il Montiferru

Terminata questa torrida (e quasi insopportabile, non solo dal punto di vista meteorologico) estate e soprattutto essendo ormai Clara guarita dalla frattura al malleolo, abbiamo approfittato del lungo fine settimana del 1° novembre per trascorrere qualche giorno in moto, in sella alla nostra Zingara, sulle strade della Sardegna. Era parecchio tempo che adocchiavo l’area centro-occidentale dell’isola, sia per la bellezza dei suoi paesaggi, sia per le particolari specialità enogastronomiche che si possono apprezzare. Abbiamo deciso così di puntare proprio su questa zona per staccare un po’ dalla routine quotidiana e rilassarci qualche giorno lontano da casa.

Partiamo venerdì mattina con molta calma, dopo aver consumato la colazione a casa, imboccando inizialmente la SS131 fino all’altezza di San Gavino Monreale dove decidiamo di goderci le panoramiche e tranquille strade interne. Costeggiando i campi di zafferano, puntiamo verso Montevecchio per poter attraversare i vecchi stabilimenti minerari.

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La tortuosa SP65 ci consente di passare sotto il Monte Arcuentu, circondato dalla vegetazione tipica delle montagne sarde, dove in questo periodo è il coloratissimo corbezzolo a farla da padrone. Alla nostra sinistra si aprono bellissimi scorci panoramici sul mare dal colore azzurro intenso che bagna la selvaggia Costa Verde. Scendiamo di quota fino a raggiungere Torre dei Corsari, con la sua bellissima spiaggia di alte dune dal profondo colore ocra che in questo periodo, essendo completamente deserta, mostra in pieno tutto il suo splendore… la tentazione di portare le ruote dell’Africa Twin sulla sabbia è forte (anche se sono consapevole di non essere capace a guidare in queste condizioni), ma è più forte ancora la consapevolezza di deturpare un paesaggio paradisiaco.

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Pochi chilometri ancora e, attraversato lo stretto ponte in cemento a livello del mare, siamo a Marceddì, il piccolo borgo di pescatori che affaccia sulla piccola insenatura a sud del Golfo di Oristano. Strade diritte ereditate dalle bonifiche dei terreni portate avanti in queste zone in epoca fascista ci portano ad Arborea, fondata con il nome di Villaggio Mussolini prima e successivamente come Mussolinia di Sardegna in onore del Duce. In questa cittadina sono evidenti i particolari edifici risalenti all’epoca fascista (tra cui il Municipio ed alte strutture edificate lungo la via principale e l’adiacente piazza) e gli anziani che ancora parlano il dialetto veneto, ereditato dai primi cittadini emigrati.

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Attraversiamo Oristano e proseguiamo per Cabras, patria della produzione della bottarga di muggine… ovviamente il souvenir gastronomico non poteva mancare nelle nostre valigie! E’ ora di pranzo e decidiamo di fare una sosta prima di riprendere la strada. Ci fermiamo alla Trattoria da Attilio “in paese” per degustare buoni ed abbondanti piatti a base di pesce.

Risaliamo in sella ed il sole sembra giocare a nascondino con le nuvole spinte da un moderato vento proveniente da nord-est. Attraversiamo prima Riola Sardo e poi Narbolia. Ricominciano le curve tortuose, strette e bellissime fino giungere a Seneghe dove i prati verdi sono occupati da bellissimi esemplari di Bue Rosso del Montiferru, una particolare razza di bue sardo-modicana la cui carne è uno dei Presidi Slow Food del territorio. Questo bellissimo animale regala delle carni succose e saporitissime, mentre dal suo latte si produce il raro e prelibato casizolu.

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Altri pochi chilometri di curve e paesaggi bellissimi e giungiamo a Santu Lussurgiu, tappa finale di questa prima, meravigliosa giornata.

 

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Il paese che rientra tra i Borghi Autentici d’Italia è sviluppato lungo un versante montuoso e proprio grazie alla sua posizione, tra le case si creano viuzze, vicoli e stradine strette dove passeggiare e perdersi, scoprendo ogni volta angoli suggestivi e sempre diversi. Abbiamo alloggiato nel bellissimo Albergo Diffuso Antica Dimora del Gruccione. Parcheggiata la moto nel cortile interno della struttura, siamo usciti a piedi passeggiando nel paese. Due erano gli obiettivi (ovviamente gastronomici) principali di questa visita: l’Abbardente ed il Casizolu. La visita alle Distillerie Lussurgesi ci consente di assaggiare vari tipi di acquavite e liquori aromatizzati, oltre ai buonissimi cioccolatini alla crema di mirto o di abbardente. Dietro il bancone dedicato alla rivendita dei prodotti sono in bella mostra gli alambicchi in rame dove vengono distillate le vinacce o il vino.

Rientrati in paese chiediamo alla proprietaria dell’albergo diffuso dove poter acquistare il casizolu: ci accompagna da una sua amica che lo produce in casa e che ci fa entrare nella cantina dove appesi al soffitto c’erano decine e decine di forme di questo prelibatissimo e raro formaggio. Manco a dirlo, una bella forma da 2,6 kg è destinata ad occupare uno spazio nelle nostre valigie in alluminio.

Nel frattempo il sole è prossimo al tramonto e due anziane signore ci sorridono e ci consigliano di ammirare il panorama del paese dalla vicina piazza dove si erge una statua del Cristo. Godiamo dei colori arancione e giallo con i quali si dipingono le pareti delle case e le rocce delle montagne che circondano Santu Lussurgiu.

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Soffia un vento forte e freddo che non ci fa dimenticare di essere in pieno autunno. Gli ultimi passi prima di rientrare in albergo vengono fatti sotto le tenute luci artificiali arancioni dei lampioni lungo le vie che prendono il sopravvento sul crepuscolo.

La squisita e particolare cena a base di prodotti del territorio è l’epilogo di questa meravigliosa e coinvolgente giornata… in attesa che spunti l’alba… altri chilometri ci attendono…

Dove Mangiare e Dove Dormire: Antica Dimora del Gruccione – Santu Lussurgiu

Per questo lungo weekend “dei morti” (o dei santi, come meglio preferite) trascorso in moto sulle strade del Montiferru e della Planargia (sub-regioni della zona centro-occidentale della Sardegna), abbiano scelto l’Antica Dimora del Gruccione, un Albergo Diffuso posto lungo una delle piccole e tranquille stradine di Santu Lussurgiu, dove il relax ed i prodotti tipici del territorio la fanno da padrone.

L’intera struttura è un’antica casa con ampi spazi sia negli alloggi che nel cortile interno, ricco di verde ed oggetti che contribuiscono ad esaltarne la bellezza ed il senso di quiete.

Al piano superiore gli ambienti bellissimi conservano ancora il pavimento storico e l’antica cucina a legna.

Facilmente rintracciabile seguendo le indicazioni, al nostro arrivo ci accoglie Lucilla (spero di non aver sbagliato nome!) una delle figlie della signora Gabriella, la padrona di casa, che ci consente di parcheggiare la moto nel cortile.

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L’appartamento che ci viene assegnato è ampio e comprende due bagni, un soggiorno, una cucina ed una camera da letto. Tutti gli ambienti sono spaziosi, graziosamente arredati, puliti e ben riscaldati. Anche l’arredamento è in linea con lo stile della struttura, anche se qualche piccolo particolare potrebbe essere maggiormente curato (come alcuni accessori del bagno in plastica bianca che stonano un pochino….ma questa piccola critica c’è se proprio si vuole essere pignoli….).

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Se volete, la signora Gabriella può consigliarvi su dove acquistare i prodotti tipici del territorio o l’artigianato locale, infatti è proprio grazie a lei che siamo riusciti a trovare il raro casizolu!

All’atto della prenotazione avevamo deciso di trattenerci per la cena, visto che la Dimora del Gruccione è anche Sede Didattica della “Università di Scienze Gastronomiche” di Pollenzo e Colorno. Ebbene: è stata una scelta più che azzeccata!

Sono sincero: su un noto sito di valutazione dei ristoranti, avevo letto pareri discordanti sulla cucina della struttura, in particolar modo rivolti alle porzioni. Se pensate di fare un’abbuffata simil-agriturismo, cambiate posto. Spesso si pensa che mangiare bene è sinonimo di mangiare molto… ma mangiare bene vuol dire invece poter gustare ed apprezzare tutti i piatti, dall’antipasto al dolce, senza arrivare mai oltre il limite di sazietà e soprattutto senza che venga sprecato nulla. Se invece volete assaggiare una cucina comunque gustosa, dalle giuste porzioni e che utilizza prodotti del territorio, allora siete nel posto giusto! A testa il menu prevede due antipasti, un primo, un secondo, un dolce, ai quali abbiamo aggiunto una bottiglia di rosso “Montiprama”, una IGT Valle del Tirso, e due calici di Pontis, una Vernaccia da dessert delle cantine Contini. A servirci al tavolo la stessa Lucilla ed a fine serata abbiamo molto gradito la visita dello chef che si è sincerato della qualità dei piatti.

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Altro punto forte dell’Albergo Diffuso è la colazione: c’è l’imbarazzo della scelta tra dolci, crostate, marmellate fatte in casa, pecorini e casizolu, latte, yogurt e quant’altro!

I prezzi a persona applicati sono quelli a “stagione unica”: 45€ per la formula B&B o 75€ per pernotto, cena (vini esclusi) e colazione. A mio parere un buon rapporto qualità/prezzo, sia per quanto riguarda l’ospitalità che per il ristorante.

Antica Dimora del Gruccione
E-Mail: info@anticadimora.com
Indirizzo: 
Via Michele Obinu, 31 09075 Santu Lussurgiu (OR)
Telefono: +39 (0) 783 552035  +39 (0) 783 550300
Fax: +39 (0) 783 552036

Libri & Co.: Costa Azzurra e Liguria in moto – Fabrizio Bruno

Fresco fresco di stampa (l’ho acquistato il giorno stesso della messa in vendita, ma ho ritardato nella recensione a causa di impegni familiari), ecco l’ultimo lavoro di Fabrizio Bruno.

In questo volume vengono dettagliatamente descritti gli itinerari in moto a cavallo tra il sud-est della Francia (la Costa Azzurra) e la Liguria tra passi alpini, belle strade statali, panorami stupendi ed eventuali intrattenimenti che possono completare un weekend in moto od un breve e rilassante viaggio alle porte di casa. Ogni itinerario è corredato dagli utili dati tecnici (chilometraggio totale, tempo di percorrenza indicativo, ecc.) ed informazioni sui luoghi e sulle maggiori attrazioni turistiche da visitare anche parcheggiando la nostra moto.

La descrizione degli itinerari è lineare, precisa nelle deviazioni e nei panorami che si potranno incontrare (l’ho potuto riscontrare in base ai ricordi che ho avendo percorso alcune di quelle strade negli anni passati, sia durante la Transalpina 2011, che durante il weekend trascorso tra Piemonte e Liguria in occasione dello Speedy Blogger Day promosso dalla LeoVince) e gradevole, tanto da far venir voglia di salire in sella alla propria moto e partire immediatamente!

Ho apprezzato molto la decisione di voler pubblicare anche l’itinerario sulla più impegnativa “Via del Sale” (l’unico che presenta tratti in fuoristrada) che spero un giorno di percorrere!

Belle ed esaurienti fotografie (scattate anche da Rosanna Satta, che ringrazio per avermi segnalato questo volume) accompagnano le pagine di questa guida, che consiglio a qualunque appassionato di mototurismo (e non solo) di tenere tra i ripiani della propria biblioteca, pronta ad essere presa come spunto per percorrere queste bellissime strade.

Fonte: Amazon.it

Fonte: Amazon.it

Mototurismo in Sardegna: Ritorno a Carloforte

Dopo un anno e mezzo ritorno a Carloforte, ma questa volta per un weekend ed in compagnia di mia moglie Clara. Questo è secondo me il periodo migliore per visitare la cittadina e l’intera Isola di San Pietro, che in moto è capace di regalare scorci unici e variegati su un territorio così piccolo da essere coperto in una cinquantina di chilometri totali (escludendo le deviazioni sui tratti in sterrato).

Carloforte è l’unico esempio in Italia di una località che conserva dialetto, cucina ed etnia della regione diversa da quella in cui è situata. Stiamo parlando infatti di un’isola sarda con tradizioni liguri (e qualche influenza tabarkina). Questo perché nel lontano 1738, coloni liguri provenienti da Tabarka, vennero trasferiti su quest’isola, all’epoca disabitata. E da allora, i cittadini di Carloforte ancora conservano  quasi intatte le proprie origini.

Partiamo da casa subito dopo pranzo, prediligendo la più veloce e corta SP2 Pedemontana. Il vento di maestrale oggi è forte e sono costretto più volte a correggere la guida della moto. Non abbiamo problemi per l’orario dei traghetti, poiché le corse sono intervallate a distanza di un’ora (più o meno) l’una dall’altra. Giungiamo a Portovesme e compriamo i biglietti di andata e ritorno. Imbarchiamo la moto e poco dopo il traghetto leva gli ormeggi in direzione di Carloforte.

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Una traversata di 30 minuti circa e giungiamo a destinazione dove, a poche centinaia di metri dall’approdo, nel centro storico della cittadina, troviamo il B&B “A cà du paise” già prenotato nei giorni scorsi. Una doccia e si passeggia a piedi per le strette e pittoresche stradine di questo paese sardo, ma dai forti connotati liguri. Palazzine in stile Liberty si fiancheggiano alternandosi con delicati colori pastello che vanno dal verde al giallo, dal rosso al bianco. Sporadicamente si sente qualcuno parlare con accento sardo: infatti subito colpisce il dialetto genovese che è riuscito a  sopravvivere negli abitanti in tutti questi secoli. Una lastra in marmo all’ingresso dell’Ex-Me ricorda che Carloforte è stato insignito del titolo di Comune Onorario della Provincia di Genova, tanto è forte ed evidente il legame con questa regione così distante dall’isolotto di San Pietro.

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Ovviamente hanno netti connotati liguri anche la cucina ed i prodotti tipici….ed infatti non possiamo non assaggiare la farinata! Alle 18.30, minuto più minuto meno, i carlofortini si precipitano nelle rosticcerie per acquistare questo semplice ma prelibato piatto tipico, e noi non possiamo, e soprattutto non vogliamo, tirarci indietro! Due porzioni, seguite poi dal bis, ci fanno conoscere questa specialità che consiglio vivamente di assaggiare! A dire il vero l’avevamo già mangiata a Lucca (conosciuta però con il nome di Cecìna), e non vedevamo l’ora di degustarla nuovamente!

Nel frattempo il sole pian piano scompare dietro le case, ed il rosso del tramonto crea un’atmosfera fantastica, regalando al lungomare ed ai vicoletti, dei contrasti di luce unici. Un aperitivo e via, verso il ristorante “A Galaia”, provato personalmente un paio di anni prima e già recensito su questo blog. Ci sediamo al tavolo e, visto il periodo dell’anno, scelgo piatti a base di tonno (la pesca è iniziata il primo di maggio, mentre a fine mese ci sarà il famoso Girotonno 2015). Sia per me che per Clara un antipasto misto “tutto tonno“. A seguire una bistecca di tonno per me ed il delizioso Pasticcio carlofortino per Clara.

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L’aperitivo, la bottiglia di Is Argiolas ad accompagnare le pietanze, il moscatino in cui abbiamo inzuppato i biscotti tipici del luogo, i canestrelli, ed un’acquavite si fanno sentire, ma per fortuna la prossima tappa è la camera da letto del B&B!

La sveglia, come al solito, suona presto: doccia, colazione e siamo pronti per portare le ruote dell’Africa Twin sulle brevi strade dell’Isola di San Pietro.

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Girare in moto sull’Isola di San Pietro vuol dire guidare nel massimo relax: paesaggi che cambiano nel giro di pochissimi chilometri, traffico inesistente (tranne nei periodi estivi) e qualche curva che non rende mai noiosa la strada: insomma, un itinerario perfetto per il mototurismo in Sardegna…. lento ed appagante allo stesso tempo.

Prima tappa: Le Colonne. Ahimè, a seguito dell’alluvione che nel 2013 colpì la Sardegna ed in particolare la zona di Olbia, le fortissimi mareggiate abbattutesi in questi luoghi, hanno provocato il crollo di uno dei due speroni rocciosi che costituivano il monumento naturale, ma il fascino che offre la scogliera è comunque irresistibile.

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Si ritorna in sella e percorsa la strada che porta a Capo Sandalo, si incontrano prima le Bocchette, particolari formazioni caratterizzate da fori concentrici nella roccia, e poi si scende verso Cala Fico ed il suo roccioso promontorio, a ridosso del quale sono capovolte piccole barche in disuso o comunque stipate lì per l’inverno in attesa di essere portate in acqua con l’arrivo della bella stagione. Questo promontorio è anche il luogo dove è possibile avvistare il Falco della Regina e dove la Lipu ha istituito un’apposita oasi per l’osservazione.

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Prossima tappa, la vicina Capo Sandalo con il suo scenografico faro ed il promontorio a picco sul mare.

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Torniamo verso Carloforte e costeggiamo le Saline prima di attraversare nuovamente il paese e dirigerci alle antiche Tonnare. Al largo della costa,le boe bianche e rosse indicano la presenza delle reti per la pesca del tonno, caratteristica proprio in questo periodo dell’anno. Passeggiamo sui lastroni di roccia che affacciano al mare: di fronte a noi l’Isola Piana ed ancora oltre la terra di Sardegna. Le onde basse si infrangono sugli scogli ed il vento, oggi poco più forte di una brezza, ci accarezza il viso.

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Ci sono tante, tantissime altre strade (perlopiù sterrate) e sentieri da percorrere a piedi, sicuramente con una vacanza di più giorni, che consentono di scoprire le prospettive più nascoste e meno note di questa meravigliosa isola, ma a dire dei carlofortini stessi, il modo migliore per visitare l’Isola di San Pietro è farlo in barca… e credo che prima o poi faremo anche questa esperienza.

Rimaniamo sempre affascinati da questi posti così particolari e genuini, se vogliamo unici sotto certi aspetti, che ti fanno rendere conto che a volte non c’è bisogno di viaggiare così lontani per rimanere meravigliati. Alle 13.40 il traghetto ci aspetta sulla banchina, e con esso un intero corteo matrimoniale, con tanto di sposi a bordo di una vecchia Fiat 500. Vestiti di tutto punto con cravatte, giacche, tacchi a spillo e le essenze di profumi vari che quasi stonano con l’intenso odore del mare. Clara è al telefono con la sorella, io fumo una sigaretta alla ringhiera del traghetto. Questo breve ma bellissimo weekend è finito. Si torna a casa.

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GPS: Gestire e modificare una traccia GPS con Garmin BaseCamp

Dopo aver visto come creare e salvare una traccia mediante GPS, è il momento di capire come gestirla ed eventualmente modificarla.

Come già detto in precedenza, una traccia non è altro che un insieme di punti uniti tra loro da linee rette. Questi punti vengono fissati dal GPS durante il suo utilizzo in modo automatico, ad una frequenza preimpostabile. E’ ovvio che durante un percorso in moto, può capitare di tornare indietro, imboccare una strada sbagliata, sostare in un luogo per qualche minuto. Ogni movimento che noi effettuiamo, ovvero che effettua il GPS, viene registrato. Quindi, al termine di un’uscita in moto, è probabile che il GPS ha registrato punti superflui ed inutili. Ecco quindi che, una volta archiviata la traccia sul nostro GPS, dobbiamo acquisirla e gestirla, sia per tenere memoria del nostro viaggio in moto o breve escursione, sia per eventualmente condividerla con terzi.

Per gestire e modificare una traccia abbiamo bisogno di due cose: del GPS (ovviamente!) e di un software che in questo caso sarà il Garmin BaseCamp (ma ne esistono anche altri).

Avviamo il BaseCamp e creiamo un nuovo elenco nella posizione che più riteniamo utile. In questo caso ho creato l’elenco “prova” nella cartella “Uscite Offroad

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Colleghiamo il GPS al pc, attendiamo che venga riconosciuto dal BaseCamp e sfogliamo l’apposita cartella nella memoria interna del dispositivo per recuperare la traccia del nostro itinerario.

Se come me avete un casino di tracce salvate sul GPS, e sulla mappa vedete solo labirinti colorati (come nella figura sotto), non vi spaventate…. sono riportate tutte le tracce, punti, waypoint, ecc. che il vostro dispositivo ha memorizzato. Selezionate la traccia che vi interessa e con un semplice copiaincolla o tagliaincolla, spostatela nell’elenco appena creato.

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Clicchiamoci sopra e finalmente ecco visualizzata la singola traccia completa.

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Prima di metterci mano, è bene spendere alcune parole per capire di cosa stiamo parlando.

Zoomando sulla traccia possiamo vedere alcuni punti bianchi consecutivi: quelli sono i punti fissati dal GPS per creare la traccia. Essi non sono equidistanti tra di loro poichè la memorizzazione dipende dalla frequenza impostata sul dispositivo e quindi la velocità tenuta in moto influirà sulla distanza tra un punto e l’altro. Infatti se notate, laddove il percorso è rettilineo, i punti sono più distanti tra loro e vuol dire che guidavo ad una velocità maggiore rispetto invece ai tratti più impegnativi dove la velocità era minore e di conseguenza anche la distanza tra i vari punti.

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Se continuiamo ad ingrandire ancora sulla mappa possiamo notare che, come già detto in precedenza, ad unire due punti vi è una retta. Inoltre la traccia non riprende al 100% la strada riportata sulla mappa. Questo perchè ci possono essere degli scostamenti durante il rilevamento della posizione del GPS rispetto alla strada che stiamo percorrendo, o può anche essere la mappa stessa meno precisa del GPS per vari motivi che non sto qui a spiegare altrimenti le cose si complicano.

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Questa che visualizziamo è la traccia GPS originale, che rispecchia al 100% tutti i nostri movimenti: deviazioni, soste, cambi di direzione, ecc..

Se clicchiamo due volte sul nome della nostra traccia nella finestra a sinistra o sulla traccia stessa visualizzata sulla mappa, si apre una finestra che rappresenta il riepilogo della traccia.

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Nella sottocartella Proprietà ci sono tutti i dati che nell’ambito del mototurismo e degli itinerari in moto possono servire, ma non sono necessari (diverso è il discorso del trekking o della mountain-bike). Ciò che invece potrebbe essere curioso è la sottocartella Grafico, dove è possibile visualizzare il grafico della velocità, dell’altitudine o di entrambi (basta giocare con i menu a tendina in alto a destra della finestra).

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Da questo grafico, selezionando l’apposito flag Zoom, possiamo verificare punto per punto la velocità, l’altitudine e persino la posizione, visualizzabile con un omino celeste che corre sulla mappa.

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Il grafico, così come la traccia stessa, riportano però anche i punti di sosta, durante i quali il GPS pur essendo fermo, ha continuato a registrare punti che vengono visualizzati sovrapposti o adiacenti tra loro.

Nella figura seguente si può notare infatti un gruppo di puntini uno accanto all’altro, sovrapposti, ecc.. Quello è un classico caso in cui mi sono fermato (in realtà abbiamo fatto una sosta per mangiare la pastiera che avevo preparato il giorno prima!) ed ho lasciato il GPS acceso: ha continuato a registrare la posizione sempre nella stessa area. Di queste situazioni e di altre che andremo a vedere, ce ne saranno molte in ogni traccia e per poterla rendere fruibile e più interpretabile è necessario “pulirla” dai punti superflui.

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Prima di modificare la traccia, consiglio sempre di creare una copia, in modo da avere l’originale sempre a disposizione. Con il tasto destro si clicca sul nome della traccia nella finestra a sinistra e si seleziona “Duplica“.

Cominciamo dall’inizio del percorso. Mi trovo un gruppo di punti che devo eliminare.

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Si clicca due volte su un punto dell’area interessata e si apre la finestra di riepilogo della traccia.

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Spesso i punti sono talmente vicini gli uni agli altri che pur zoomando al massimo non si riescono a distinguere. Per poterli eliminare basta selezionarli dalla finestra di riepilogo tenendo premuto il tasto shift. I tratti di traccia compresi tra un punto e l’altro selezionati si colorano di arancione. Continuiamo a selezionare i punti fin quando la traccia non assume un andamento rettilineo.

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Clicchiamo canc sulla tastiera ed il gruppo di punti superflui verrà eliminato. Proseguiamo alla stessa maniera per i rimanenti gruppi di punti.

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Per pura casualità, in questo itinerario si sono scaricate le batterie del GPS e per qualche chilometro il mio Etrex 30 ha smesso di registrare la traccia. Ecco la situazione che ho riscontrato: una traccia che all’improvviso si interrompe del suo andamento sinuoso con una lunga linea retta, per poi proseguire come prima nel momento in cui ho cambiato le batterie.

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L’unica soluzione per recuperare i punti non registrati è quella di….crearli! Zoomiamo sulla mappa nell’area in cui bisogna aggiungere i punti, clicchiamo con il tasto destro del mouse sulla retta di traccia che vogliamo spostare e selezioniamo dal menù “Inserisci nella traccia

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Il cursore del mouse assumerà la forma di una matita. Clicchiamo con il mouse per inserire un punto.

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A questo punto abbiamo visto come gestire una traccia per quanto riguarda le operazioni preliminari, ovvero la sua acquisizione sul pc, e la modifica (eliminazione e inserimento) dei punti per rendere una traccia più “pulita”. Fatto ciò è possibile rinominare la traccia ed archiviarla come e dove vogliamo.

E’ possibile effettuare anche altre operazioni sulla traccia, quali ad esempio unirla ad altre tracce per crearne una unica, dividerla in più tracce, ecc., ma questo lo vedremo in un altro articolo. Per ora, se volete iniziare a prendere dimestichezza con una traccia, limitatevi a queste operazioni preliminari e poi eventualmente cimentatevi anche voi nel provare con le altre opzioni del software, ricordando però come già detto di duplicare la traccia originale, in modo che eventuali errori o cancellazioni non vi faranno perdere nessun dato.

Per concludere, voglio ricordare a tutti che queste sono solo delle indicazioni da parte di un autodidatta che sta imparando un po’ alla volta l’utilizzo del GPS in ambito motociclistico. Pertanto tutto ciò che scrivo è solo un mettere a disposizione di altri le mie esperienze, e che esse possono essere anche errate o mal interpretate. Pertanto, se ho scritto qualche indicazione errata o che sia gestibile in maniera differente, mi farebbe piacere interagire con qualcuno più esperto di me.

GPS: Come creare una traccia tramite GPS

Dopo aver mosso i primi passi nel gestire il software BaseCamp per creare itinerari, aver capito come si scaricano le mappe digitali ed impostato il navigatore, eccoci arrivati a quella che forse è la parte più interessante per noi mototuristi e motoviaggiatori: la creazione e la gestione delle tracce GPS.

Innanzitutto è bene precisare che la traccia GPS viene creata contemporaneamente all’utilizzo del dispositivo, ovvero il GPS memorizza il percorso che stiamo effettuando in un determinato momento e crea in automatico una traccia. Una traccia GPS altro non è che un insieme di punti uniti da rette. Questi punti sono fissati in automatico dal nostro dispositivo, ma ciò non toglie che possiamo aggiungere o eliminare altri punti.

Le tracce GPS sono quindi dei dati informatici che dopo ogni escursione (a piedi, in auto, in bici, in moto….) possiamo memorizzare sul dispositivo, esportare su un pc ed eventualmente anche condividere in rete.

A questo punto come creiamo una traccia GPS? Ci sono due principali modi che ci riguardano direttamente: o, come già detto, la creiamo mentre effettuiamo la nostra uscita in moto, oppure la creiamo al pc.

In entrambi i casi (prima o dopo l’utilizzo del GPS) è comunque necessario un software, ed anche in questo caso il Garmin BaseCamp ci viene incontro.

In questo primo articolo spiegherò come creare una traccia durante un’escursione (che sia in moto, in bici, in trekking, è indifferente). Per chi ha già seguito gli altri articoli o comunque il blog, utilizzo un GPS Garmin Etrex 30, ma le istruzioni che andrò a spiegare vanno bene anche per altri sistemi. Infatti seppur i nomi dei comandi possono variare, i principi di applicazione sono gli stessi.

Se vogliamo creare una traccia durante la nostra escursione, dobbiamo impostare il GPS in modo appropriato.

Accendiamo il GPS e dal menù principale selezioniamo “Impostazioni” e poi “Tracce”.

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Selezioniamo la prima opzione “Registro traccia” e scegliamo “Reg. senza visual.” o “Reg. vis. su map.”, che consentono rispettivamente di registrare senza visualizzazione della traccia su mappa o di registrare con la visualizzazione della traccia sulla mappa. A voi la scelta, ma io preferisco, a meno che non mi trovo in situazioni particolari, registrare senza visualizzazione sulla mappa, in modo tale da non sovraccaricare graficamente il dispositivo GPS.

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A questo punto ritorniamo sul menù principale, e quindi sulla mappa, e possiamo iniziare ad usare il GPS per la nostra escursione. Con queste opzioni impostate, anche spegnendo più volte in dispositivo (sosta per il caffè, per espletare i bisogni fisiologici, per il pranzo, ecc.), riavviandolo continuerà a registrare.

Quando abbiamo terminato il nostro itinerario o quando non ci interessa più tracciarlo, ci conviene salvare la traccia appena creata. Sempre dal menù principale, selezioniamo “Track manager”, poi “Traccia corrente”, “Salva traccia” (ed in questo caso possiamo anche modificare subito il nome della traccia)  ed infine “Fatto”.

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Il dispositivo mostra poi il messaggio “Esportazione traccia in corso….” ed al termine ci pone una domanda: “Cancellare la traccia corrente e i dati di viaggio associati?”. Se vogliamo che la traccia appena salvata rimanga “pulita” da altre tracce o punti, scegliamo “si”. In questo modo possiamo utilizzare il dispositivo per memorizzare una nuova traccia senza che risulti unita a quella precedente.

Salvata la traccia, possiamo decidere di archiviarla nella cartella “Tracce salvate”.

Sempre da “Track manager” selezioniamo la traccia appena salvata e scorriamo il menù fino a raggiungere “Archivia”. A questo punto la traccia risulterà archiviata nella caterlla “Tracce Salvate”.

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Piccoli consigli (almeno per quanto concerne la mia esperienza….).

Ricordiamo che il GPS ha un limite massimo di punti che riesce a memorizzare. Ciò vuol dire che conviene memorizzare le tracce man mano che viene completato un percorso. Al termine di ogni giornata in moto (o comunque a vostra scelta), deselezionare la possibilità di registrazione della traccia, altrimenti se ad esempio terminiamo un percorso in moto, spegniamo il GPS e lo riaccendiamo magari a chilometri di distanza per continuare la registrazione (può capitare ad esempio sui lunghi tratti autostradali), quando andremo a visualizzare la traccia sul software del pc ci troveremo questa lunghissima linea diritta che congiunge due diverse tracce (ma questo lo andremo a vedere in modo più approfondito  nei prossimi articoli).

Come già mi è stato chiesto in privato da altri utenti del blog, se creiamo un percorso o una traccia al pc e la importiamo nel GPS, esso sarà comunque capace di registrare una nuova traccia nello stesso momento in cui sul dispositivo è visualizzata una traccia precedentemente creata. Questo perchè possiamo, durante il nostro viaggio o itinerario in moto, percorrere strade diverse da quelle pianificate.