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“Milano-Taranto”, viaggio in moto d’epoca alla scoperta dell’Italia

Dal 2 all’8 luglio è in programma la 31° rievocazione storica della più lunga e avvincente maratona motociclistica, andata in scena fino al 1956

Ben 230 centauri al via con rappresentanti di Stati Uniti, Giappone e Australia

Sfida tra “gloriose” che vede protagoniste Taurus, Ganna, Laverda, Guzzi, Devil, Perugina, MI VAL, Bianchi e Morini in un’avventura in sei tappe e duemila chilometri attraverso strade secondarie

Torna la Milano-Taranto, manifestazione riservata alle moto d’epoca che andrà in scena da domenica 2 a sabato 8 luglio, suddivisa in sei tappe.

Nella 31° edizione della rievocazione storica il patron, Franco Sabatini, ha inserito tanta Toscana, poi Lazio e Puglia in abbondanza. I chilometri sono complessivamente attorno ai duemila, giusto per non far mancare otto-dieci ore di sella al giorno ai coraggiosi partecipanti che quest’anno saranno 230.

La prima frazione del giro scatterà come sempre alla mezzanotte di domenica 2 luglio dall’Idroscalo di Milano e si concluderà a fine mattinata del 3 luglio a Pisa, dopo aver scavalcato l’appennino tosco-emiliano e lambito le Alpi Apuane.

Seconda tappa, tutta toscana, martedì 4 luglio da Pisa a Principina Terra, lungo strade punteggiate da cipressi e da viti.

Dal vino all’acqua, quella speciale di Fiuggi, nella terza frazione (mercoledì 5 luglio), passando dalla Toscana al Lazio.

Tosta la quarta tappa (giovedì 6 luglio), la più lunga di tutte: da Fiuggi a S. Giovanni Rotondo, in Puglia, con arrivo davanti alla basilica di Padre Pio.

Quinta frazione (venerdì 7 luglio) tutta in terra pugliese con traguardo a Bari.

Infine la classica Bari-Taranto (sabato 8 luglio) con le immancabili soste a Castellana Grotte, Martina Franca e Villa Castelli.

Saranno insomma sei giorni alla scoperta dell’Italia in compagnia delle moto d’epoca. La sorpresa di quest’anno sarà rappresentata in particolare da tre Terrot 350cc di fine anni Venti-inizio anni Trenta, francesine terribili: una sfida nella sfida perché si dovranno misurare con le coetanee Mas, Rudge e Vincent.

E anche la categoria “Gloriose” è ricca di rarità: Taurus, Ganna, Mas, Perugina, Devil, Bianchi Cervino, Mi Val, Morini Settebello, Guzzini, Laverda ed altre moto che alla Milano-Taranto hanno gareggiato sul serio. Categoria a parte per sidecar e scooter. Classe 500cc la più affollata, con Gilera Saturno e Guzzi Falcone a profusione.

Per quanto riguarda invece i centauri stranieri, la pattuglia si è arricchita di australiani, giapponesi, finlandesi, cinesi e statunitensi che affiancheranno i consueti concorrenti europei (tedeschi, olandesi, austriaci, monegaschi, inglesi e francesi).

Milano-Taranto, un po’ di storia

Nacque, con il nome di “Freccia del Sud” nel 1919, un raid motociclistico da Milano a Caserta che nel 1932 diventò Milano-Napoli e nel 1937 “Milano-Roma-Taranto”. Si correva tutta d’un fiato, con la manetta del gas tirata sempre al massimo. Soste solo per il rifornimento e l’assistenza. Una maratona contro il tempo, massacrante, difficile e impegnativa. Una corsa per centauri veri. Non a caso nell’albo d’oro della Milano-Taranto figurano nomi come Guglielmo Sandri, Giordano Aldrighetti, Ettore Villa, Bruno Francisci, ed il nostro Remo Venturi. Ultima edizione nel 1956, vinta da Pietro Carissoni, poi il tragico incidente di Guidizzolo, durante la Mille Miglia del 1957, segnò la fine delle competizioni stradali. Da 31 anni tuttavia, la Mi-Ta rivive grazie all’impegno e alla passione di Franco Sabatini, patron del Moto Club Veteran S. Martino di S. Martino in Colle (Pg).

In moto d’inverno, ecco quali sono gli accorgimenti

Si fa un gran parlare della normativa sulla circolazione nei mesi invernali e, in particolare, quando pioggia intensa  e neve rendono incerta la guida: ma cosa prevede il Codice della Strada per le moto? Quali sono i vincoli per chi ama le due ruote?

Nelle ultime settimane non c’è stato sito o testata di informazione che non abbia atteso, quasi con un conto alla rovescia, il periodo di partenza dell’obbligo di circolazione sulle strade italiane con pneumatici invernali o adeguati “antisdrucciolevoli” per la neve, come le catene. Il 15 novembre, infatti, è scattato il termine in cui, almeno secondo il Codice della Strada, l’Italia entra nei mesi invernali, anche se poi le temperature di quest’anno hanno detto l’esatto opposto, segnando la solita differenza tra “carta” e realtà.

Scelte di sicurezza. L’intenzione del legislatore, e più in generale la spinta di persuasione delle associazioni di categoria, si basa su valutazioni abbastanza oggettive: nei mesi freddi, infatti, le tradizionali gomme rischiano di perdere aderenza, di cristallizzare e, in definitiva, di non garantire una guida tranquilla. Questo vale non solo per le auto, ma anche per le moto. Perché c’è chi, nonostante il freddo e l’eventuale rischio di condizioni atmosferiche non ideali, proprio non abbandona il piacere di inforcare il proprio mezzo anche in pieno gennaio, come ben sanno gli amanti del tradizionale Elefantentreffen, mitico raduno nelle zone alpine.

Attenzione alle norme. In verità, le ordinanze vigenti in Italia vietano la circolazione di “ciclomotori a due ruote e di motocicli” in presenza  di neve o ghiaccio sulle strade o mentre sono in atto fenomeni nevosi; il divieto è comunque relativo ai tratti in cui sono state emanate le specifiche ordinanze per regolare il traffico invernale. Per capirci, lo scorso anno questi atti hanno interessato la parte maggiore dei tratti autostradali del nostro Paese, ben 59 Province (sulle 107 totali) e moltissimi Comuni in tutta Italia, da Nord a Sud. E in questo mesetto di vigore dell’obbligo (e con un meteo neppure ancora troppo rigido e critico) sono state già emanate centinaia di Ordinanze in tutta la Penisola, a esclusione di regioni come Campania, Calabria, Basilicata e Sardegna.

Ostinati alla guida. Certo, è facile pensare che la stragrande maggioranza dei motociclisti possa mettersi l’anima in pace e, soprattutto, riparare il proprio veicolo in garage fino all’arrivo della primavera, o almeno uscire solo con giornate di pieno sole. Eppure, le case di produzione hanno sviluppato appositi pneumatici per moto in grado di rispondere al meglio anche alle condizioni peggiori e caratterizzati dalla sigla M+S sul copertone, che anche sulle auto segnala il rispetto della legge sulla circolazione invernale. Queste particolari gomme invernali vengono infatti realizzate con una mescola dotata di una maggior percentuale di silice, che mantiene l’elasticità adeguata anche quando le temperature calano al di sotto dei 7 gradi centigradi, e con un design specifico con più lamelle e intagli, utili per disperdere l’acqua e creare aderenza sulla neve.

Ecco un video che vi piacerà sicuramente:

https://www.youtube.com/watch?v=tKUcz0TtqXI

Non lanciarsi all’assalto. Questo però non significa che queste gomme speciali azzerino ogni tipo di rischio e pericolo alla guida! Inoltre, bisogna anche aggiungere che non sono utilizzabili per tutte le moto e tutti i modelli, ma sono “privilegiati” i mezzi come scooter, enduro e maxi enduro stradali, che in genere vengono più utilizzati nella routine quotidiana. Negli ultimi anni i produttori hanno comunque ampliato la gamma di soluzioni a disposizione degli interessati, che possono trovare nel grande store online di Euroimport Pneumatici il punto di riferimento per gli pneumatici moto, anche invernali. Per quanto riguarda le catene, invece, il mercato propone alcune possibilità, che però devono rispondere alle normative italiane (altrimenti l’utilizzo può venire contestato dalle Forze dell’Ordine, in caso di controllo), o soluzioni più casalinghe e artigianali come le fascette da elettricista tra cerchio e pneumatico, che però non risolvono certo la questione (e durano poco).

In collaborazione con Anna Capuano – Blogger, Marketing & Comunicazione

Libri & Co. – Uno “spostato” su due ruote: Diario di viaggio dall’Italia all’Australia di Massimiliano Perrella

Ho avuto modo di conoscere Massimiliano Perrella su Facebook, quando ero in procinto di acquistare la mia Africa Twin RD04…e chi meglio di lui poteva darmi ottimi consigli visto che con la stessa moto è arrivato fino in Australia?

Un ragazzo che da subito si è dimostrato umile e disponibile,  e pertanto, appena ha pubblicato il suo ebook, non ho potuto fare a meno di comprarlo sul mio kindle.

Scorrevole, facile da leggere, per nulla pesante… Insieme a Massimiliano si ripercorrono le tappe del suo viaggio che l’ha portato fino in Australia (e che attualmente sta proseguendo lungo le strade del Sud America), ma non solo: tra le pagine di questo diario di viaggio possiamo capire quali sono state le motivazioni che l’hanno spinto ad intraprendere questa fantastica avventura, le sue paure, i suoi sogni, le speranze, ma soprattutto la voglia di vivere la vita. Non è solo un viaggio su strada a bordo della propria Africa Twin, ma anche un viaggio nel suo animo, tra amori e delusioni, nuove e vecchie conoscenze, ritorni al passato e visioni del futuro.

Ammiro sempre chi con quel poco che è riuscito a racimolare e con grande coraggio lascia una vita “stabile” o comunque proiettata al futuro, per coronare un sogno o per trovare nuovi stimoli, più appaganti ed entusiasmanti.

Questo non vuol essere un romanzo, un “bestseller”, un’opera, ma semplicemente un diario di viaggio, nudo e crudo, con i suoi errori grammaticali, le dimenticanze, le ripetizioni che comunque non deteriorano in alcun modo il risultato complessivo.

Leggendo queste pagine, ho viaggiato anche io con Massimiliano.

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La copertina del libro – Fonte: Amazon.it

Film: 1 mappa per 2

Cosa fare in uno dei pomeriggi di convalescenza dopo che sei caduto dalla tua bella ed hai una voglia matta proprio di lei? Semplice: si guarda un film che parla di viaggi in moto!

“1 mappa per 2” è un film-documentario che narra del viaggio intorno al mondo intrapreso da Leopoldo Tartarini e Giorgio Monetti, tra il 1957 ed il 1958 a bordo di due Ducati 175cc.

Bello! Bellissimo! Dopo tutti questi anni, è meraviglioso vedere gli occhi dei due protagonisti riaccendersi e diventare lucidi ricordando quel fantastico viaggio, concluso non senza difficoltà e rischi. Un viaggio epico, sia perchè intrapreso con due moto che oggi anche i più temerari cavalcherebbero con timore, sia perchè all’epoca si viaggiava ogni giorno verso l’ignoto e soprattutto solo in pochi avevano fatto un’impresa del genere. Si, proprio così, un’impresa… perchè è di questo che si tratta (rapportata alla situazione dell’epoca). Le sorprese, i rimpianti, le risse, la paura, le risate, gli scherzi, gli aneddoti, contornano il racconto facendo entrare lo spettatore nel vivo del viaggio, quasi sognando ad occhi aperti, ascoltando con attenzione la narrazione di chi ha metabolizzato tutti quei chilometri e quei mesi in giro per il mondo, e che oggi li trasmette con umiltà e serenità.

Un racconto emozionante che ogni viaggiatore (e non solo) dovrebbe vedere.

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GPS: Gestire e modificare una traccia GPS con Garmin BaseCamp

Dopo aver visto come creare e salvare una traccia mediante GPS, è il momento di capire come gestirla ed eventualmente modificarla.

Come già detto in precedenza, una traccia non è altro che un insieme di punti uniti tra loro da linee rette. Questi punti vengono fissati dal GPS durante il suo utilizzo in modo automatico, ad una frequenza preimpostabile. E’ ovvio che durante un percorso in moto, può capitare di tornare indietro, imboccare una strada sbagliata, sostare in un luogo per qualche minuto. Ogni movimento che noi effettuiamo, ovvero che effettua il GPS, viene registrato. Quindi, al termine di un’uscita in moto, è probabile che il GPS ha registrato punti superflui ed inutili. Ecco quindi che, una volta archiviata la traccia sul nostro GPS, dobbiamo acquisirla e gestirla, sia per tenere memoria del nostro viaggio in moto o breve escursione, sia per eventualmente condividerla con terzi.

Per gestire e modificare una traccia abbiamo bisogno di due cose: del GPS (ovviamente!) e di un software che in questo caso sarà il Garmin BaseCamp (ma ne esistono anche altri).

Avviamo il BaseCamp e creiamo un nuovo elenco nella posizione che più riteniamo utile. In questo caso ho creato l’elenco “prova” nella cartella “Uscite Offroad

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Colleghiamo il GPS al pc, attendiamo che venga riconosciuto dal BaseCamp e sfogliamo l’apposita cartella nella memoria interna del dispositivo per recuperare la traccia del nostro itinerario.

Se come me avete un casino di tracce salvate sul GPS, e sulla mappa vedete solo labirinti colorati (come nella figura sotto), non vi spaventate…. sono riportate tutte le tracce, punti, waypoint, ecc. che il vostro dispositivo ha memorizzato. Selezionate la traccia che vi interessa e con un semplice copiaincolla o tagliaincolla, spostatela nell’elenco appena creato.

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Clicchiamoci sopra e finalmente ecco visualizzata la singola traccia completa.

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Prima di metterci mano, è bene spendere alcune parole per capire di cosa stiamo parlando.

Zoomando sulla traccia possiamo vedere alcuni punti bianchi consecutivi: quelli sono i punti fissati dal GPS per creare la traccia. Essi non sono equidistanti tra di loro poichè la memorizzazione dipende dalla frequenza impostata sul dispositivo e quindi la velocità tenuta in moto influirà sulla distanza tra un punto e l’altro. Infatti se notate, laddove il percorso è rettilineo, i punti sono più distanti tra loro e vuol dire che guidavo ad una velocità maggiore rispetto invece ai tratti più impegnativi dove la velocità era minore e di conseguenza anche la distanza tra i vari punti.

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Se continuiamo ad ingrandire ancora sulla mappa possiamo notare che, come già detto in precedenza, ad unire due punti vi è una retta. Inoltre la traccia non riprende al 100% la strada riportata sulla mappa. Questo perchè ci possono essere degli scostamenti durante il rilevamento della posizione del GPS rispetto alla strada che stiamo percorrendo, o può anche essere la mappa stessa meno precisa del GPS per vari motivi che non sto qui a spiegare altrimenti le cose si complicano.

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Questa che visualizziamo è la traccia GPS originale, che rispecchia al 100% tutti i nostri movimenti: deviazioni, soste, cambi di direzione, ecc..

Se clicchiamo due volte sul nome della nostra traccia nella finestra a sinistra o sulla traccia stessa visualizzata sulla mappa, si apre una finestra che rappresenta il riepilogo della traccia.

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Nella sottocartella Proprietà ci sono tutti i dati che nell’ambito del mototurismo e degli itinerari in moto possono servire, ma non sono necessari (diverso è il discorso del trekking o della mountain-bike). Ciò che invece potrebbe essere curioso è la sottocartella Grafico, dove è possibile visualizzare il grafico della velocità, dell’altitudine o di entrambi (basta giocare con i menu a tendina in alto a destra della finestra).

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Da questo grafico, selezionando l’apposito flag Zoom, possiamo verificare punto per punto la velocità, l’altitudine e persino la posizione, visualizzabile con un omino celeste che corre sulla mappa.

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Il grafico, così come la traccia stessa, riportano però anche i punti di sosta, durante i quali il GPS pur essendo fermo, ha continuato a registrare punti che vengono visualizzati sovrapposti o adiacenti tra loro.

Nella figura seguente si può notare infatti un gruppo di puntini uno accanto all’altro, sovrapposti, ecc.. Quello è un classico caso in cui mi sono fermato (in realtà abbiamo fatto una sosta per mangiare la pastiera che avevo preparato il giorno prima!) ed ho lasciato il GPS acceso: ha continuato a registrare la posizione sempre nella stessa area. Di queste situazioni e di altre che andremo a vedere, ce ne saranno molte in ogni traccia e per poterla rendere fruibile e più interpretabile è necessario “pulirla” dai punti superflui.

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Prima di modificare la traccia, consiglio sempre di creare una copia, in modo da avere l’originale sempre a disposizione. Con il tasto destro si clicca sul nome della traccia nella finestra a sinistra e si seleziona “Duplica“.

Cominciamo dall’inizio del percorso. Mi trovo un gruppo di punti che devo eliminare.

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Si clicca due volte su un punto dell’area interessata e si apre la finestra di riepilogo della traccia.

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Spesso i punti sono talmente vicini gli uni agli altri che pur zoomando al massimo non si riescono a distinguere. Per poterli eliminare basta selezionarli dalla finestra di riepilogo tenendo premuto il tasto shift. I tratti di traccia compresi tra un punto e l’altro selezionati si colorano di arancione. Continuiamo a selezionare i punti fin quando la traccia non assume un andamento rettilineo.

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Clicchiamo canc sulla tastiera ed il gruppo di punti superflui verrà eliminato. Proseguiamo alla stessa maniera per i rimanenti gruppi di punti.

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Per pura casualità, in questo itinerario si sono scaricate le batterie del GPS e per qualche chilometro il mio Etrex 30 ha smesso di registrare la traccia. Ecco la situazione che ho riscontrato: una traccia che all’improvviso si interrompe del suo andamento sinuoso con una lunga linea retta, per poi proseguire come prima nel momento in cui ho cambiato le batterie.

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L’unica soluzione per recuperare i punti non registrati è quella di….crearli! Zoomiamo sulla mappa nell’area in cui bisogna aggiungere i punti, clicchiamo con il tasto destro del mouse sulla retta di traccia che vogliamo spostare e selezioniamo dal menù “Inserisci nella traccia

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Il cursore del mouse assumerà la forma di una matita. Clicchiamo con il mouse per inserire un punto.

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A questo punto abbiamo visto come gestire una traccia per quanto riguarda le operazioni preliminari, ovvero la sua acquisizione sul pc, e la modifica (eliminazione e inserimento) dei punti per rendere una traccia più “pulita”. Fatto ciò è possibile rinominare la traccia ed archiviarla come e dove vogliamo.

E’ possibile effettuare anche altre operazioni sulla traccia, quali ad esempio unirla ad altre tracce per crearne una unica, dividerla in più tracce, ecc., ma questo lo vedremo in un altro articolo. Per ora, se volete iniziare a prendere dimestichezza con una traccia, limitatevi a queste operazioni preliminari e poi eventualmente cimentatevi anche voi nel provare con le altre opzioni del software, ricordando però come già detto di duplicare la traccia originale, in modo che eventuali errori o cancellazioni non vi faranno perdere nessun dato.

Per concludere, voglio ricordare a tutti che queste sono solo delle indicazioni da parte di un autodidatta che sta imparando un po’ alla volta l’utilizzo del GPS in ambito motociclistico. Pertanto tutto ciò che scrivo è solo un mettere a disposizione di altri le mie esperienze, e che esse possono essere anche errate o mal interpretate. Pertanto, se ho scritto qualche indicazione errata o che sia gestibile in maniera differente, mi farebbe piacere interagire con qualcuno più esperto di me.

GPS: Come creare una traccia tramite GPS

Dopo aver mosso i primi passi nel gestire il software BaseCamp per creare itinerari, aver capito come si scaricano le mappe digitali ed impostato il navigatore, eccoci arrivati a quella che forse è la parte più interessante per noi mototuristi e motoviaggiatori: la creazione e la gestione delle tracce GPS.

Innanzitutto è bene precisare che la traccia GPS viene creata contemporaneamente all’utilizzo del dispositivo, ovvero il GPS memorizza il percorso che stiamo effettuando in un determinato momento e crea in automatico una traccia. Una traccia GPS altro non è che un insieme di punti uniti da rette. Questi punti sono fissati in automatico dal nostro dispositivo, ma ciò non toglie che possiamo aggiungere o eliminare altri punti.

Le tracce GPS sono quindi dei dati informatici che dopo ogni escursione (a piedi, in auto, in bici, in moto….) possiamo memorizzare sul dispositivo, esportare su un pc ed eventualmente anche condividere in rete.

A questo punto come creiamo una traccia GPS? Ci sono due principali modi che ci riguardano direttamente: o, come già detto, la creiamo mentre effettuiamo la nostra uscita in moto, oppure la creiamo al pc.

In entrambi i casi (prima o dopo l’utilizzo del GPS) è comunque necessario un software, ed anche in questo caso il Garmin BaseCamp ci viene incontro.

In questo primo articolo spiegherò come creare una traccia durante un’escursione (che sia in moto, in bici, in trekking, è indifferente). Per chi ha già seguito gli altri articoli o comunque il blog, utilizzo un GPS Garmin Etrex 30, ma le istruzioni che andrò a spiegare vanno bene anche per altri sistemi. Infatti seppur i nomi dei comandi possono variare, i principi di applicazione sono gli stessi.

Se vogliamo creare una traccia durante la nostra escursione, dobbiamo impostare il GPS in modo appropriato.

Accendiamo il GPS e dal menù principale selezioniamo “Impostazioni” e poi “Tracce”.

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Selezioniamo la prima opzione “Registro traccia” e scegliamo “Reg. senza visual.” o “Reg. vis. su map.”, che consentono rispettivamente di registrare senza visualizzazione della traccia su mappa o di registrare con la visualizzazione della traccia sulla mappa. A voi la scelta, ma io preferisco, a meno che non mi trovo in situazioni particolari, registrare senza visualizzazione sulla mappa, in modo tale da non sovraccaricare graficamente il dispositivo GPS.

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A questo punto ritorniamo sul menù principale, e quindi sulla mappa, e possiamo iniziare ad usare il GPS per la nostra escursione. Con queste opzioni impostate, anche spegnendo più volte in dispositivo (sosta per il caffè, per espletare i bisogni fisiologici, per il pranzo, ecc.), riavviandolo continuerà a registrare.

Quando abbiamo terminato il nostro itinerario o quando non ci interessa più tracciarlo, ci conviene salvare la traccia appena creata. Sempre dal menù principale, selezioniamo “Track manager”, poi “Traccia corrente”, “Salva traccia” (ed in questo caso possiamo anche modificare subito il nome della traccia)  ed infine “Fatto”.

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Il dispositivo mostra poi il messaggio “Esportazione traccia in corso….” ed al termine ci pone una domanda: “Cancellare la traccia corrente e i dati di viaggio associati?”. Se vogliamo che la traccia appena salvata rimanga “pulita” da altre tracce o punti, scegliamo “si”. In questo modo possiamo utilizzare il dispositivo per memorizzare una nuova traccia senza che risulti unita a quella precedente.

Salvata la traccia, possiamo decidere di archiviarla nella cartella “Tracce salvate”.

Sempre da “Track manager” selezioniamo la traccia appena salvata e scorriamo il menù fino a raggiungere “Archivia”. A questo punto la traccia risulterà archiviata nella caterlla “Tracce Salvate”.

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Piccoli consigli (almeno per quanto concerne la mia esperienza….).

Ricordiamo che il GPS ha un limite massimo di punti che riesce a memorizzare. Ciò vuol dire che conviene memorizzare le tracce man mano che viene completato un percorso. Al termine di ogni giornata in moto (o comunque a vostra scelta), deselezionare la possibilità di registrazione della traccia, altrimenti se ad esempio terminiamo un percorso in moto, spegniamo il GPS e lo riaccendiamo magari a chilometri di distanza per continuare la registrazione (può capitare ad esempio sui lunghi tratti autostradali), quando andremo a visualizzare la traccia sul software del pc ci troveremo questa lunghissima linea diritta che congiunge due diverse tracce (ma questo lo andremo a vedere in modo più approfondito  nei prossimi articoli).

Come già mi è stato chiesto in privato da altri utenti del blog, se creiamo un percorso o una traccia al pc e la importiamo nel GPS, esso sarà comunque capace di registrare una nuova traccia nello stesso momento in cui sul dispositivo è visualizzata una traccia precedentemente creata. Questo perchè possiamo, durante il nostro viaggio o itinerario in moto, percorrere strade diverse da quelle pianificate.

Film: The Best Bar in America

Non sono moltissimi i film che parlano di moto…. ne’ tanto meno quelli che, ancora più nello specifico, narrano di viaggi in moto. E spesso, di quei pochi che sono in commercio, vengono distribuiti in lingua originale e senza sottotitoli. Fortunatamente è arrivato anche qui in Italia questo meraviglioso film che ogni motoviaggiatore e, più in generale ogni motociclista, dovrebbe avere nella propria videoteca.

“The Best Bar in America” è film di un viaggio in moto intrapreso da Sanders nell’ovest degli Stati Uniti, incaricato da un editore per redigere una guida di tutti i bar presenti lungo la strada. Durante il viaggio si imbatte in nuovi incontri, nuove avventure ed altri  emozionanti ed inconsueti eventi che solo un viaggio “on the road” sa regalare.

Il film dura circa un’ora e trenta minuti che, inutile dirlo, è volata! Bellissimi i panorami, fantastica la moto con relativo sidecar, scorrevole la storia, appassionanti anche i vari bar visitati che mostrano un lato degli States già visto in altri film ma che non diventa mai noioso…..anzi…fa solo venire voglia di essere seduti a quei banconi ad assaporare una birra o un whisky e vivere in prima persona quei momenti.

Giusto per curiosità, è un film che ha apprezzato anche mia moglie!

Best_Bar_DVD_cover_Amazon__41485.1405368494.1280.1280Fonte: Amazon.it

Albania in moto 2014: 07.09 – La costa albanese, ricca di eterogenei paesaggi

Notte da incubo. Fino alle 5 del mattino, dal castello di Gjirokaster proveniva musica tradizionale a tutto volume che si sentiva in tutto il paese. Un continuo di casino senza sosta, fuochi di artificio, grida, balli… insomma, non ho chiuso occhio!

Alle 7.30 preparo le valigie ancora assonnato e scendo per verificare il cavo del contachilometri che infatti risulta rotto. Faccio colazione ed al proprietario dell’albergo chiedo come mai tutto quel casino la notte precedente, e la risposta è subito pronta: si è sposata la figlia di un primo ministro del governo albanese. Ecco il perché di tutte quelle macchine di lusso, del pienone negli alberghi e del casino al castello!

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Oggi la giornata sembra soleggiata, finalmente! All’orizzonte ci sono poche nuvole bianche che non sembrano minacciose. Attraverso Lazarat, dove all’ingresso ed all’uscita del paese ci sono posti di blocco ferrei da parte della polizia. A me lasciano passare tranquillamente, mentre controllano tutte le autovetture. La SH4, praticamente diritta, mi porta fino alla tortuosa e divertente deviazione per raggiungere Syri i Kalter, la famosa sorgente meglio conosciuta come “l’Occhio Blu”.

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E’ ancora presto quando la raggiungo, pertanto non riesco ad apprezzare i colori intensi che sicuramente hanno più impatto quando le acque sono illuminate dalla luce del sole, ma lo spettacolo di questa massa di acqua che proviene dalle profondità della terra e che in superficie sembra ribollire, è davvero unico e suggestivo.

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Superata Mesopotam, mi dirigo verso sud, a pochi chilometri dal confine con la Grecia.  Percorro un’ampia vallata circondata da montagne. La strada è larga e nuova e la presenza dei bunker lungo la strada è ormai diventata un’abitudine per i miei occhi. Da lontano scorgo un branco di cani randagi che appena sentono il rumore della moto si mettono in posizione si agguato e sono costretto a rallentare inizialmente per prevedere le loro mosse, per poi dare gas improvvisamente e spostarmi sull’altra corsia per evitare la loro corsa.

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Per trovare la deviazione per Butrint sono costretto a tornare indietro più volte, anche se di pochi metri, prima di capire che si tratta di una stradina periferica sterrata, che taglia le campagne prima di giungere all’ingresso della laguna. Il passaggio sull’altra sponda è possibile solo a bordo di una piattaforma in legno trainata da catene in acciaio messe in movimento da un motore: niente di eccezionale, ma è pur sempre un’esperienza molto particolare! E’ qui che un motociclista rumeno con la compagna riconosce il marchio Heavy Duties delle valigie in alluminio che monto sull’Africa Twin e mi fa capire che sono un ottimo prodotto: e lo confermo!

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Visito il bel sito archeologico di Butrint, dove sono conservati i resti di una colonia dell’Antica Roma. L’area archeologica si gira in un’ora circa (per chi come me è curioso ma poco ne capisce di archeologia dell’Antica Roma) ed ovviamente non è affollata come altri importanti siti in Italia. Il personale alla biglietteria è gentilissimo e m consentono di depositare nel loro gabbiotto il giubbotto, il casco ed il paraschiena per agevolarmi nella passeggiata.

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Riprendo il viaggio e mi rendo conto che sono al giro di boa. Da ora in poi comincerà la mia risalita verso nord, lungo la costa albanese, prima ionica e poi adriatica. Oggi la giornata è stupenda, soleggiata e calda. Costeggio la suggestiva laguna del Parco naturale di Butrinto ed arrivo a Saranda dove mi accodo ad un corteo matrimoniale, senza possibilità di superare.

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Mi sembra quasi di stare a Napoli: il video-operatore che dal tetto della macchina capofila riprende quella degli sposi, petardi scoppiati e clacson che non finiscono di suonare: che casino!!! Però molto vivace e divertente. Per un po’ lascio la costa e sono in una zona collinare caratterizzata da piantagioni di ulivi. Quando rivedo il mare posso godermi molti scorci sulle spiagge dal mare cristallino. La costa è pianeggiante in alcuni punti ma anche rocciosa in altri, dove si ergono splendide scogliere che formano qua e là deliziose insenature. Non mancano i bunker e nemmeno quelle che hanno tutta l’aria di essere basi militari con hangar costruiti all’interno delle rocce e con sbocco sul mare.

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Dalla cartina la strada sembra veloce, ma in realtà è molto tortuosa ed in più punti sporca di terra e sabbiolina che rendono il manto stradale molto insidioso. Oltretutto le soste sono frequenti per apprezzare meglio il panorama, meraviglioso in molti punti. Lo spettacolo più grande però, mi aspetta di lì a poco: una lunga serpentina di tornanti che salgono lungo la montagna mi indicano la strada che conduce al Passo Llogara, a poco più di 1000 metri di altitudine. Il panorama dall’alto, prima che scompaiano le spiagge, è davvero impressionante, così come lo è la pendenza del versante montuoso visto da questa altezza. Altre curve e mi aspetta la nebbia. In linea d’aria, i chilometri dallo Ionio sono davvero pochi, ma l’ambiente è quello tipico dell’alta montagna ed anche i profumi e la temperatura giocano il loro ruolo nel rendere l’atmosfera molto suggestiva.

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E’ quasi ora di pranzo e la tentazione di fermarmi a mangiare carne arrosto in uno dei tanti ristorantini situati lungo la strada è tanta. Ma non voglio, anche perché ho un appuntamento con Teddy, un ragazzo del posto possessore di Africa Twin, che ho conosciuto nel gruppo di Facebook “Africa Twin 750 Il Mito” e che gli avrebbe fatto piacere incontrarci di persona, semmai fossi passato da Valona. Inizia la discesa e ad Orikum incontro Teddy: davvero una persona piacevolissima!

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L’intenzione è quella di raggiungere Berat e fermarmi lì per la notte. Guardando la cartina, sono in linea con la tabella di marcia. Il 10 ho l’imbarco con il traghetto da Spalato e farò in tempo a visitare Dubrovnik e ritornare a Medjugorjie.

Saluto Teddy e mi dirigo verso Valona. Manco a dirlo, anche qui lo stile di guida degli albanesi è indescrivibile e mi costringe a stare con gli occhi bene aperti. Giunto a Fier seguo le indicazioni per Berat. Guardando sulla cartina e consultando il mio GPS, penso che non dovrei impiegare molto tempo a raggiungere la cosiddetta “Città dai mille occhi”… e penso male: deviazioni, strade in rifacimento, sterrati, voragini, mezzi agricoli, furgon, autobus, riducono di molto la velocità media e, di conseguenza, i tempi di percorrenza.

Appena giungo a Berat, una signora con i capelli rosso fuoco mi chiama per propormi un alloggio e, visto il prezzo di 15€ a notte, accetto molto volentieri. Mi consente di parcheggiare la moto all’interno di un negozio che vende bombole di gas ed elettrodomestici vari. Gli dico che posso anche lasciarla fuori o magari la parcheggio più tardi quando il negozio chiuderà, ma insiste a farmela parcheggiare subito. Mi sistemo per poi visitare quest’altra famosa città albanese. Berat è davvero una bella e particolare città, con il suo quartiere musulmano ed il castello in cima alla collina. Non sapendo quanto quest’ultimo fosse distante dal centro cittadino, mi inerpico per una ripida salita in ciottoli di pietra che sembra non finire mai. Cacchio e che fatica! Sudo da fare schifo, tant’è che arrivato al castello mi devo fermare qualche minuto per riprendermi. Il panorama da quassù è magnifico, ancora più accentuato dai colori del tramonto e dal sorgere della luna piena dietro una delle torri di guardia. Le strette viuzze che attraversano le antiche case in pietra espongono manufatti artigianali creati dalle abili mani delle persone residenti.

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Vorrei visitare i vari quartieri di Berat, ma arrivare fin sul castello mi ha rubato parecchio tempo. Ritorno in paese per bere la “solita” birra di rito come aperitivo ed è già buio. Accendo una sigaretta e riporto un po’ di appunti sul mio taccuino Moleskine, ormai diventato inseparabile compagno di viaggi.

Per cena scelgo il ristorante Mangalemi    , e qui conosco un cameriere che parla molto bene in italiano, ed infatti quando sa che provengo dalla Sardegna mi dice che ha lavorato qualche anno in vari ristoranti dell’isola. Dopo che ho cenato si avvicina e mi chiede: “piaciuto tutto?” ed io “Si, si, tutto ottimo!”… e come ribatte? “Certo, ma meglio u purcellu sardo!”. Mitico!!! Stavo crepando dalle risate!   Una mani raki chiude la cena… Lo devo ammettere: stasera sono un po’ brilletto. Il mezzo litro di vino della casa si fa sentire. Probabilmente è anche la stanchezza delle impegnative tappe di ieri e di oggi, tant’è che anche nei giorni precedenti a cena, un mezzo litro di rosso si prosciugava sempre dalla caraffa!

Albania in moto 2014: 06.09 – Adesso si fa sul serio… che spettacolo!!!

Sveglia prestissimo. Oggi non so quanti chilometri dovrò e riuscirò a percorrere, non so quali paesi dovrò attraversare, non so in che condizioni sono le strade da percorrere. Apro la cartina, faccio il punto della situazione metto in moto e parto. Ma prima devo uscire “illeso” da un mercatino dentro il quale sono capitato per puro caso. Un furgone blocca la strada e l’unica soluzione è quella di tornare indietro ed imboccare una deviazione che mi consente di fare il giro dell’isolato ed uscire da Elbasan. I banchi che mi circondano vendono frutta, verdura, frutta secca e, cosa che sinceramente non comprerei, parti di carne fresca appesa all’aria aperta sotto un tetto in lamiera. Un paio di venditori attirano la mia attenzione per farmi capire che mi conviene tornare indietro e fare il giro dell’isolato. Seguo il loro consiglio e presto mi trovo lungo la SH3 che mi porta verso est. Non ci sono particolari che attirano la mia attenzione, se non quello che attraversando alcuni piccoli paesi, non posso non notare le capre portate al guinzaglio da anziane signore. La strada è in buone condizioni, e questo mi consente di accelerare il passo. Attraverso parecchie cittadine sedi di complessi industriali ormai in disuso.

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I furgon, molti dei quali pieni di gente, che arrancano sulle salite sbuffano nubi nere e dense di gasolio bruciato dai tubi di scarico, non superando i 20-25 km/h di velocità massima. Ora capisco perché certe volte, così come ho letto, tra una città e l’altra ci sono anche ore ed ore di distanza! Affronto l’ultima salita piena di curve ed eccomi arrivare, dopo Perrenjas, in cima ad un rilievo montuoso, a soli 3 km dal confine con la Macedonia, alla quale si rivolgono anche i bunker in cemento armato fatti costruire in passato dall’ormai decaduto regime comunista. All’orizzonte, tra colline più basse, intravedo il lago di Ohrid. Inizio la discesa e vedo di fronte a me la piccola penisola di Lin dove sorge l’omonimo paese.

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Entro tra le viuzze lastricate dove giocano vari bambini: chi in bici, chi seduto sulle soglie di ingresso alle abitazioni, da soli o in compagnia… ma tutti mi salutano ed io contraccambio. Scene di vita quotidiana, umile e semplice come d’altronde è questa gente. Un asino che trasporta legna ancora fresca, chi spazza in strada, donne che vanno verso i campi e chi nei campi c’è già per lavorare.

Costeggio il lago di Ohrid, la cui strada è in parte asfaltata a nuovo, ed in parte (anzi, per la maggior parte) con buche profonde, pozze, fango e pietrisco. Alcuni pescatori sulle loro piccole imbarcazioni a remi sono intenti a raccogliere le risorse che offre il lago, e non mancano i venditori di pesce in strada. Mi fermo da uno di loro e chiedo se posso scattargli una foto. Lui acconsente e lo ringrazio, ma poi mi fa una richiesta un po’ strada alla quale rimango inizialmente stupito: “Hai cioccolata?” Cioccolata!?!? Pensavo mi chiedesse soldi! All’inizio dico di no, ed in effetti proprio cioccolata non ne ho, però mi sono ricordato che mi avanza mezzo pacchetto di wafer al cioccolato. Gli dico di aspettare ed apro una valigia laterale in alluminio. Quando vede i wafer sembra un po’ indeciso se prenderli oppure no, poi alla fine ho insistito e non ha rifiutato. Mi saluta contento e proseguo il mio viaggio. I ristoranti a bordo lago non mancano, ma non voglio fermarmi a pranzo se non per consumare un boccone veloce (è una mia prerogativa nei viaggi in solitaria).

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Giungo a Pogradec e faccio sosta in un distributore fuori città per il pieno benzina. Nel gabbiotto c’è un gruppo di ragazzi che stanno bevendo e fumando come dannati, e mi fanno capire che benzina non ce n’è. Mi rimetto in sella e proseguo.

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Il successivo distributore sembra molto meglio, ed infatti faccio il pieno e mi fermo a prendere un caffè. Ancora non ho pranzato ma sinceramente nemmeno ho fame. Il ragazzo del bar mi offre una sua sigaretta ed accetto volentieri. Finisco di bere il caffè (che tra l’altro non era male) ed esco fuori. Si avvicinano due uomini e mi rivolgono la parola in un italiano perfetto. Ci sediamo a tavolino e chiacchieriamo: sono stati in Italia per quasi 14 anni, ma poi hanno deciso di tornare in Albania perché nel nostro paese non c’è più lavoro (e ti pareva!) e quel poco che c’è molto spesso non è nemmeno pagato. Mi chiedono dove sono diretto e gli dico Gjrokaster;

“Ahhhh! Lì è zona di roba buona!”

Già ho capito a che si riferiscono.

“Conosci Lazarat? Lì la roba parte per tutta Europa! Puoi fare un bel carico e porti in Italia! Logicamente scherzo, quella è cosa brutta da non fare!”

Lazarat è per definizione la capitale europea della coltivazione di marijuana. A giugno scorso è stata messa sotto assedio dalla polizia e dalle forze speciali per dare fuoco alle piantagioni di canapa indiana che si coltiva ovunque. I giardini di casa non hanno rose, ma piantine di canapa; negli orti non si coltiva insalata, ma canapa. Tutte le case hanno muri di recinzione alti per non far vedere cosa c’è dentro, anche se tutti lo sanno. Nei boschi circostanti si fa arrivare l’acqua corrente per innaffiare le piante di canapa ben occultate nella vegetazione.

Altre chiacchiere piacevoli prima di rimettermi in viaggio. All’orizzonte nuvole nere ricoprono le montagne che dovrò attraversare ed in alcuni punti anche valicare, e già immagino che non sarà una frazione facile da percorrere. All’inizio la strada attraversa paesaggi alternati tra la fitta vegetazione dei boschi di abeti e pini e quelli di macchia mediterranea più rada, fatta di cespugli e rocce. La strada non è in condizioni ottimali ed ai tratti di asfalto sconnesso preferisco quelli in sterrato.

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Per precauzione indosso il kit antipioggia, visto che i primi schizzi d’acqua iniziano a bagnare casco, moto e bagagli… i chilometri da percorrere sono ancora tanti e non vorrei ritrovarmi inzuppato fradicio come ieri ad Elbasan. Attraverso minuscoli villaggi costituiti di poche case, la cui strada principale è l’unica asfaltata. Le poche persone che incrocio, sono anziane ed accompagnano insignificanti capi di bestiame che sicuramente sono appena sufficienti al sostentamento giornaliero. Incrocio pochissime auto e solo un paio di moto che viaggiano in direzione opposta alla mia. I paesaggi sono bellissimi: isolati, ma pieni di natura. In alcuni punti mi sembra di essere in Trentino, e respirare l’aria fresca della montagne è rigenerante. Piove, piove tanto e la strada, come al solito, diventa scivolosa. Sono sorpreso, molto sorpreso nel vedere un cartello in mezzo al bosco che recita “Biker Welcomed” e poco dopo incontrare un campeggio ed una trattoria che invitano proprio i motociclisti a fermarsi. Questa SH75 è davvero sorprendente! Bella paesaggisticamente, impegnativa ma non difficile da guidare (sicuramente la pioggia ha influito molto), ed isolata al punto giusto da far apprezzare ogni chilometro che si consuma sotto le ruote. Oh cavolo! Mi accorgo che il tachimetro non segna più la velocità ed il contachilometri non gira… fa niente, stasera a destinazione vedrò se è il cavo rotto o qualcos’altro. Il bello di queste moto è che qualunque cosa succeda, si aggiusta anche con poco e soprattutto senza ricercare chissà quale officina ultra specializzata.

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Il paesaggio da montuoso diventa più pianeggiante e caratterizzato da colture agricole nei pressi di Mollas per poi, dopo aver attraversato Erseke, riempirsi nuovamente della vegetazione boschiva delle montagne. L’ambiente cambia completamente dopo Leskovik: la strada serpeggia su uno dei versanti montuosi che formano, insieme a quello opposto, una spettacolare gola senza protezioni ai margini e con molti tratti in sterrato. La strada continua fino a Permet, dove mi fermo per rifornire il serbatoio di carburante (con il cavo del contachilometri rotto non so quanti chilometri di autonomia sono rimasti, e pertanto appena posso faccio il pieno per sicurezza), prendere un caffè e fumare una sigaretta. Sulla guida della Lonely Planet ho letto che questa cittadina è famosa per la produzione di raki e per quella del formaggio, pertanto chiedo al gestore del distributore dove poter acquistare questi due prodotti: riguardo al formaggio non lo sa, mentre per l’acquavite mi accompagna al bar lì vicino dove posso comprare una bottiglia di quello fatto in casa. Mi invitano all’assaggio, ma devo rinunciare visto che non ho nemmeno pranzato!

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La veloce SH74, dove finalmente posso rilassarmi alla guida, mi porta al bivio per la SH4. Lungo la strada ci sono molti venditori di miele locale dalle diverse colorazioni a seconda della qualità di fiori dai quali è prodotto, e di frutta sia secca che fresca. Giungo a Gjrokaster verso le 17.30 sotto una pioggia torrenziale. Oggi ho guidato per oltre 10 ore e decido di fermarmi. Apro la guida per trovare un albergo o una guesthouse dove trascorrere la notte ed avere quindi la possibilità di visitare questa bella città, annoverata anche dall’ UNESCO. Mi viene incontro un tassista che per 2 euro si propone di farmi da guida fino all’albergo: anche loro si devono “guadagnare la pagnotta” e così decido di farmi accompagnare. Con la sua Mercedes si arrampica tra le stradine in pietra che bagnate sono altamente scivolose. Fortunatamente non sono lastricate, e quindi gli pneumatici fanno una discreta presa sia in salite che in discesa. La prima guesthouse è al completo, mentre il secondo albergo, l’Hotel Relax, ha una camera libera a 35€ con colazione compresa… un po’ troppo caro per la zona, ma capisco che oggi c’è il pienone in tutti gli alloggi e solo l’indomani saprò il perché…

La camera è all’ultimo piano, senza ascensore: bello il panorama sui tetti in pietra della città, ma per portare i bagagli è stata una faticaccia!

Doccia e via, a visitare questa carinissima cittadina. Le case con le finestre quadrate o rettangolari dagli infissi in legno, hanno tutte i tetti in pietra, simili a quelli che si trovano nei paesi montani valdostani e piemontesi ai piedi delle Alpi. Gli intonaci esterni bianchi rendono la passeggiata davvero piacevole e rilassante. In alto, sulla collina, domina il lungo ed imponente castello dove sventola la bandiera nazionale. Per le strade c’è un caotico viavai di auto di grossa cilindrata: Mercedes nuove di zecca, BMW, persino Crysler ed una Bentley. “Alla faccia!” esclamo io. Ma ripeto, solo l’indomani saprò il perché di tutto questo.

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Nel frattempo mi metto alla ricerca del ristorante Kujtimi consigliato dalla guida. Mentre sono al bar dell’albergo a bere una birra, un anziano signore si alza dalla sedia e mi viene incontro stringendomi la mano ed esclamando “Italiano, vero? Benvenuto in Albania!” ed io piacevolmente sorpreso, ringrazio. Da un tavolo dietro di me una voce “Di dove sei?”. Un ragazzo pugliese, di cui non ricordo il nome, mi invita a sedermi con lui mentre beve il suo thè. Ci presentiamo ed iniziamo a parlare. Sinceramente avrei preferito intrattenermi con l’anziano albanese. Anche lui è in viaggio, anzi, afferma di essere un viaggiatore “per mestiere”, facendo un sorriso che poco mi convince. Non ho molta fiducia nel tipo e pertanto mi trattengo nell’esprimere giudizi o fargli sapere i fatti miei. Una mia caratteristica è quella di essere diffidente dalle persone appena conosciute, e con lui a maggior ragione. Non so perché, ma non mi piace. Oltretutto è anche ripetitivo sugli argomenti e quello che più di ogni altra cosa mi insospettisce è lo sguardo. Non lo so, ma certe cose le percepisco dal primo momento, e questo lo dice anche mia moglie. Vabbè, vuol dire che dovrò sorbirmelo almeno fino alla cena, poi ognuno per i fatti suoi. Ed invece no! Decide di venire a cenare con me… e che cazzo!!! Anche questi, ahimè, sono i piccoli inconvenienti di un viaggio… A mio parere lui era lì per altri motivi, e non certamente per vacanza… comunque, per non portarla alla lunghe, abbiamo cenato insieme e poi, fingendo una stanchezza che non avevo, me ne sono tornato in camera subito dopo aver mangiato.

 

Albania in moto 2014: 05.09 – Il primo impatto con l’Albania per una tappa un po’ anomala

Ho dormito benissimo! Sia perché ero stanco, sia perché mi adatto senza problemi a letti che non sono il mio. D’altronde se si è viaggiatori, o ci si adegua in fretta o non si dorme per niente. E’ presto, ma la famiglia che mi ospita è già sveglia: c’è da preparare il pane, accudire le caprette, mungerle e preparare la colazione a noi ospiti.

La colazione è abbondante: latte di capra appena munto, burro fatto in casa così come la marmellata ed il formaggio, miele della zona… ed il caffè, quello tipico che si consuma molto lentamente, visto che è estratto direttamente dai chicchi macinati grossolanamente e messi nell’acqua calda. Qui la colazione in genere non prevede niente da mangiare: solo caffè e l’immancabile raki. Infatti mi viene offerta, ma rifiuto visto che devo guidare. La coppia anglo-statunitense ancora dorme (e per fortuna che alle 8 già volevano partire per un’altra escursione trekking!), mentre io carico la moto e sono pronto a ripartire. Devo rinunciare allo sterrato che da Theth conduce a Shkoder perché i guadi si sono pericolosamente alzati e le rocce sono parecchio scivolose, tant’è che due giorni prima un gruppo di 6 motociclisti è dovuto tornare indietro. Poco male, anche perché oggi, pur essendo comunque nuvoloso, non c’è la nebbia fitta nella quale mi sono imbattuto ieri. Inizia la salita di tornanti e presto mi trovo nuovamente in vetta al passo.

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Voglio tornare presto a Koplik per evitare di incrociare i primi fuoristrada di escursionisti. Sono al di sopra delle nuvole e solo brevi finestre mi consentono di ammirare in minima parte il paesaggio sottostante: impressionante e vertiginoso! Cacchio e quanto sono in alto! Con un cielo limpido lo spettacolo deve essere sicuramente unico.

La lunga discesa ancora in sterrato, ma più battuto visto che tra qualche anno questa strada sarà quasi interamente asfaltata ed i lavori sono in corso, e sono di nuovo su asfalto. Mi fermo per un secondo caffè, ma l’umidità di ieri e la pioggia dell’altro giorno devono aver contribuito a questo mal di testa che non vuole andare via. Una pasticca di ibuprofene e già sto meglio dopo pochi minuti. Il primo impatto con il traffico albanese ce l’ho a Shkoder che decido di attraversare nel centro cittadino: caos totale, eppure questa cittadina non è una grossa metropoli! Gente che cerca di cambiare soldi ai turisti, cani randagi che si accoppiano in mezzo alla strada, alle rotonde mi trovo investito di Mercedes che pur non avendo la precedenza cercano di passare in tutti i modi, anche a costo di buttarmi per terra, pedoni che cercano di attraversare la strada e si bloccano in mezzo alla corsia perché le autovetture gli passano davanti e dietro, biciclette contromano, le frecce non esistono, i segnali non esistono, le precedenze non sanno che sono, gli stop vengono presi per scarabocchi sull’asfalto… insomma, per guidare in Albania ho capito che bisogna avere 50.000 occhi aperti che ruotano in tutte le direzioni! Una particolarità però mi lascia piacevolmente sorpreso: molti salutano. Chi alza il pollice in bicicletta, chi suona il clacson per attirare la tua attenzione e fare “ciao”, chi ti guarda e sorride… già me ne sono reso conto ieri sera a Theth, ma oggi ne ho un’ulteriore conferma: gli albanesi sono davvero ospitali come avevo letto! E questo è bello!

Mi rendo subito conto che per lo stato in cui versano le strade, per il traffico e per ciò che ho intenzione di visitare, devo per forza escludere una tappa. E sarà questa di oggi. L’intenzione era di raggiungere ad est Puke e Kukes, per poi scendere verso Peshkopi e da lì rientrare puntare su Tirana. Sarebbe una tappa dedicata esclusivamente alla guida, visto che non ho segnato alcuna località di interesse da visitare. Decido così di raggiungere direttamente Tirana, la caotica, popolosa, incasinata capitale albanese. Già il traffico che affluisce verso la città è denso di camion, furgon e autovetture che corrono a folle velocità. Troppe sono le croci e le lapidi a bordo strada che ricordano i decessi in strada. Io a casa ci voglio ritornare sano e salvo, quindi niente azzardi e guido incolonnato alle altre auto, sorpassando solo dove mi sento sicuro. Le inversioni ad U e le auto che sbucano da stradine periferiche e polverose non mancano assolutamente. Mi fermo per bere un sorso d’acqua ed un ragazzo di un lavazh (autolavaggio) mi invita sorridendo per lavare la moto: col cavolo ti ci faccio mettere le mani sopra!!! La Zingara deve tornare quanto più sporca possibile a casa, altrimenti che viaggio è se anche sulla moto non si vedono i segni??? Ma dalla sua risata intuisco che già sapeva la mia risposta!

Devio per visitare i vivaci e coloratissimi bazar di Kruje, cittadina che diede i natali all’eroe albanese più famoso: Scanderbeg.

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Due ragazzini si propongono di guardarmi la moto per 2€ mentre passeggio per i mercatini. Accetto, visto che ho i bagagli…non che non mi fidi, ma un occhio in più non fa mai male.

Ecco Tirana. Mamma mia che traffico! A Napoli c’è meno casino! In alcuni punti riesco a districarmi tra le auto e stranamente qualcuno si allarga per farmi passare. Ma varie volte sono rimasto imbottigliato nell’incredibile flusso di mezzi. Impiego più di un’ora per attraversare la città (oltretutto mi ci sono ritrovato nell’ora di punta) e finalmente riesco ad uscirne. L’etrex 30 mi sta dando una mano in più di un’occasione. Non me ne pento affatto di averlo comprato!

Per raggiungere Elbasan alterno tratti di vecchia statale curvosa e dissestata, ad altri di autostrada ancora in costruzione. In una curva alla mia sinistra, una Mercedes infilata sotto un guardrail: fortunato il tipo se non aveva nessuno come passeggero! E soprattutto fortunato l’eventuale passeggero che il guardrail non ha trapassato né la vettura, né lui, ma si è piegato sul tettuccio.

Ad Elbasan faccio il pieno: tra poco imboccherò la SH71 che dopo Gramsh diventa completamente sterrata e attraversa una gola: dicono sia bellissima da percorrere in moto e l’entusiasmo è a 1000! Mi devo sparare solo 50 km di asfalto e poi comincia il divertimento!

Asfalto… se questo lo chiamano asfalto…! Crateri profondi quanto una mano infilata in verticale, tratti di bitume che si alternano a terra e pozze di acqua fangosa che Nostro Signore solo sa quali insidie nascondono, macchine, camion e furgon che zigzagano tra queste buche invadendo la corsia opposta, tanto che in alcuni tratti si guida a sensi di marcia invertiti. Proseguo in queste condizioni, anche se la strada va lentamente migliorando quanto più mi spingo verso sud. Sprazzi di sole si alternano a nuvole grigie che precedono a nord nuvoloni neri e carichi di pioggia. Per oggi forse non mi bagno, visto che il temporale me lo sto lasciando alle spalle. Curva dopo curva attraverso due stretti ponti in cemento. Il fondo è sporco di terra, fanghiglia e sassolini trasportati dai camion che vanno e vengono dal canale che costeggia la strada in stato di manutenzione. Finalmente arrivo a Gramsh, ma all’ingresso del paese mi fermano due poliziotti a bordo di quella che sembra essere l’autovettura privata di uno dei due. Mi salutano e subito dopo mi dicono che devo tornare indietro. In che senso, tornare indietro? Dopo 10 giorni di piogge ininterrotte, la strada è impraticabile perché franata in più punti. Per poter raggiungere Korce devo tornare ad Elbasan e passare per Librazhd. Cacchio! Mi sono sparato 50 km per niente! Ed ora me ne devo fare altri 50 per ritrovarmi al punto dov’ero più di un’ora fa! Mettere un cartello di avviso all’inizio dell’ultima strada possibile per raggiungere Gramsh, era così difficile??? Controllo l’orario, fumo una sigaretta e mi rendo conto che ritornando ad Elbasan sarò costretto a dormire lì. Ma la cosa che più mi preoccupa, sono quelle nuvole, nere come la notte, che ho visto dallo specchietto provenire da nord. Mi rimetto in marcia e, come previsto, inizia a piovigginare. Una pioggia lieve che non fa nemmeno in tempo a depositarsi sulla tuta che subito evapora. La temperatura è comunque quella di inizio settembre e quindi non fa assolutamente freddo, anzi! Ciò a cui devo prestare molta attenzione è la guida. L’asfalto diventa scivoloso e devo guidare con molta parsimonia. Man mano che mi avvicino ad Elbasan il cielo si fa sempre più scuro e vedo cadere dal cielo fulmini da tutte le direzioni. Due poliziotti impegnati in un posto di controllo mi fermano per salutarmi. Uno di loro batte il palmo sulla mano quasi a ringraziarmi per aver scelto l’Albania come méta per il mio viaggio. Mi dicono “good luck” e mi lasciano andare con una pacca sulla spalla. Pochi metri più in là viene giù il diluvio. Fermarmi per indossare la tuta antipioggia è inutile perché già sono tutto inzuppato. E’ talmente forte questa pioggia che sento persino accumularsi l’acqua tra l’incavo creato dalle gambe socchiuse sulla sella e sono costretto più volte ad alzarmi per farla defluire. A ritorno logicamente le pozze d’acqua sono aumentate, ed ognuna di esse potrebbe nascondere una voragine nella quale, andando a finirci dentro, rischierei di spaccare le ruote. Percorro circa 30 km in queste condizioni e finalmente giungo nuovamente ad Elbasan. Se prima, con il bel tempo la città sembrava essere abbastanza vivace, ora è un deserto. Trovo l’albergo, che io sappia l’unico presente in zona, e spero non mi spennino. Per una notte, l’equivalente di 10€: ottimo!

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Sono bagnato fradicio. In camera preparo la tinozza da campeggio per fare il bucato, mi stempero con una bellissima doccia calda e poi scendo al bar dell’albergo per bere una birra fresca. Ci sono un sacco di giovani seduti ai tavoli, sia per bere un aperitivo che per mangiare una fetta di dolce. Nel frattempo mi preparo una sigaretta con il trinciato ed il cameriere, giustamente, mi fa notare che non si può fumare. Gli rispondo che già lo sapevo, ed infatti me la stavo preparando per poi uscire a consumarla. La pioggia è molto lieve e per comodità ceno al ristorante che si trova sotto le mura antiche di Elbasan, proprio di fronte all’albergo. Rientro in camera e mi addormento un po’ deluso per non essere riuscito a percorrere la SH71, ma pieno di curiosità pensando alla tappa di domani da percorrere su strade che non avevo programmato di imboccare.


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